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Celebrazioni

San Valentino, dai Lupercalia ai cuori di cioccolato: il 14 febbraio tra mito, storia e marketing

E' un viaggio millenario che ha trasformato un rito di purificazione e fecondità in una celebrazione dell’amore romantico

14 Febbraio 2026, 08:09

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San Valentino

Dai colpi di frusta dei Lupercalia ai versi di Chaucer, il viaggio millenario che ha trasformato un rito di purificazione e fecondità in una celebrazione dell’amore romantico

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All’inizio fu il rumore secco delle strisce di pelle di capra che tagliavano l’aria. A Roma, il 15 febbraio, giovani iniziati — i Luperci — correvano attorno al Palatino, dopo aver immolato capre e un cane, con la fronte sfiorata dal sangue e poi purificata con lana intrisa di latte. Le donne si offrivano volontarie a un tocco della frusta: un colpo considerato di buon auspicio per la fecondità. È un’immagine lontanissima dalla rosa rossa nella scatola a cuore, eppure è lì — nell’eco dei Lupercalia — che molti cercarono a posteriori il prologo della “festa degli innamorati”. La storia, però, è più contorta, più affascinante e meno ovvia di così.

Lupercalia, il rito che non parla d’amore (ma di vita che ricomincia)

Nella Roma antica, i Lupercalia si celebravano a metà febbraio. Il rito iniziava con il sacrificio di capre e di un cane. Due giovani venivano segnati con il sangue, poi “ripuliti” con lana imbevuta di latte, e dovevano ridere secondo prescritto. Quindi partiva la corsa, divisi in due gruppi, lungo il Palatino, colpendo con cinghie ricavate dalle pelli delle capre le donne che incontravano, convinti che ciò favorisse gravidanze sane. È un rito di purificazione e fecondità, non un banchetto di romanticherie.

A fine V secolo, la Chiesa di Roma mise al bando la partecipazione ai Lupercalia. La tradizione più diffusa vuole che a farlo sia stato Papa Gelasio I (pontificato 492–496), in un’azione di bonifica religiosa e morale della città. Ma la dinamica e l’intento preciso dell’intervento — anche se plausibili — sono materia di dibattito storiografico. Le lettere di Gelasio e gli studi moderni suggeriscono un quadro meno lineare di quello spesso raccontato: più politica urbana e prestigio pubblico che strategia “anti-amore”. Prudenza, dunque.

Gli Lupercalia, insomma, non furono mai davvero una “proto‑Valentino”. Erano legati al calendario agricolo e alla ciclicità della natura: febbraio, mese delle “februa”, le purificazioni. Semmai, la suggestione del risveglio stagionale — prime gemme, animali in calore — spiega perché, in epoche successive e lontane, la metà di febbraio potesse ispirare l’idea di accoppiamento e corteggiamento. Ma collegare in modo diretto il 15 febbraio pagano al 14 febbraio cristiano è una semplificazione che gli storici più cauti respingono.

Gelasio I e il 14 febbraio: cosa sappiamo davvero

Nel 496 d.C., l’azione di Papa Gelasio I contro i Lupercalia è attestata nel suo infuocato scambio con l’élite senatoriale (la celebre controversia con Andromaco). È anche il periodo in cui, nella memoria collettiva, si colloca l’istituzione del 14 febbraio come giornata dedicata a San Valentino. Ma le fonti non autorizzano certezze assolute sul nesso “abolisco i Lupercalia e li sostituisco con San Valentino”. È più fondato dire che Gelasio condannò il rito e che, in generale, la Chiesa valorizzò culti dei martiri nello stesso periodo; il resto è congettura sedimentata nei secoli.

Sul piano liturgico, la figura di San Valentino — o meglio, dei “Valentini” — è sfuggente. Le fonti antiche parlano di almeno due martiri commemorati il 14 febbraio: uno sacerdote romano (morto intorno al 270, sotto Claudio II il Gotico) e un vescovo di Interamna (oggi Terni). La critica moderna oscilla: si trattò di due persone diverse? O di una sola vicenda sdoppiata dalla devozione locale? La Chiesa cattolica continua a riconoscere San Valentino come santo, ma nel 1969 lo rimosse dal Calendario Romano Generale (non dal martirologio) per insufficienza di dati storici affidabili: un dettaglio importante che dice molto su quanto la leggenda abbia pervaso la biografia.

Il santo degli innamorati? Tra agiografia e legenda

Le storie più popolari — il prete che benedice in segreto matrimoni proibiti; il guaritore che ridona la vista alla figlia del carceriere; la lettera firmata “dal tuo Valentino” — appartengono alla tradizione agiografica e alla cultura popolare, non alla storiografia stretta. Non è un caso che già gli studiosi tardo‑medievali accumulino versioni divergenti, e che oggi i maggiori repertori riconoscano la scarsità di prove “dure”. L’agiografia, però, funziona come potente motore simbolico: un santo che protegge gli amanti, che placa le liti con una rosa, che difende le unioni “impossibili” ha plasmato l’immaginario europeo ben oltre la prova documentale.

Il vero punto di svolta: la penna di Geoffrey Chaucer

Il salto dal martire indistinto al patrono dell’amore romantico avviene nel Trecento inglese. È il poeta Geoffrey Chaucer a legare per la prima volta, in modo chiaro, il giorno di San Valentino al corteggiamento: nel poema “The Parlement of Foules” (composto tra 1380–1390), celebrando le nozze o il fidanzamento di Riccardo II e Anna di Boemia, Chaucer immagina gli uccelli che, nel giorno di San Valentino, scelgono il compagno. È letteratura, sì, ma in un’epoca in cui la poesia orienta usi sociali, quell’immagine diventa abitudine. Da lì, nell’Inghilterra tardo‑medievale e poi moderna, il 14 febbraio prende un colore nuovo: non più solo calendario dei santi, ma giornata in cui gli amanti si scambiano versi, simboli e promesse.

Che Chaucer si riferisse proprio al 14 febbraio o a un’altra ricorrenza “valentiniana” (come quella del 3 maggio, ipotesi di alcuni studiosi) è questione discussa; certo è che, prima di lui, non troviamo associazioni solide fra San Valentino e amore. Chaucer, insomma, fu l’“inventore” letterario della tradizione.

Dal biglietto manoscritto alla filigrana: come nascono i “valentine”

Dopo Chaucer, la pratica si consolida lentamente. Tra XVIII e XIX secolo in Inghilterra compaiono guide con versi pronti, i primi biglietti stampati e poi fabbricati in serie, spesso ornati di merletti di carta e nastri. La riforma postale (1840) con il Penny Black fa esplodere il fenomeno: le lettere d’amore del 14 febbraio passano da abitudine d’élite a rito borghese e poi popolare. Dall’Inghilterra agli Stati Uniti, il passo è rapido: nella metà dell’800, l’imprenditrice Esther Howland trasforma il “valentine” in un’industria, inventando un proto assembly‑line di giovani operaie e portando il fatturato della sua New England Valentine Company a 100.000 dollari l’anno (una somma enorme per l’epoca). È la nascita della filiera commerciale del sentimento.

La dolcezza si fa marketing: scatole a cuore e cioccolatini

La seconda metà dell’Ottocento aggiunge un ingrediente destinato a restare: il cioccolato. Il nome da ricordare è Richard Cadbury, che negli anni 1860 — e in modo documentato nel 1868 — commercializza le prime scatole a forma di cuore riutilizzabili come scrigni per ricordi e lettere: un’operazione di branding geniale che collega per sempre San Valentino alla confetteria. Da allora, tra rose e bonbon, l’iconografia moderna è fatta. Oggi fonti autorevoli ricordano quel primato, segno di quanto le scelte vittoriane abbiano inciso sulla grammatica del romanticismo di massa.

E i numeri di oggi? Record su record

Se il medioevo ha fornito il racconto e l’Ottocento la scenografia, il XXI secolo ha moltiplicato la scala. Negli Stati Uniti, secondo la National Retail Federation, la spesa attesa per San Valentino 2026 tocca i 29,1 miliardi di dollari, nuovo record, con una media per persona di circa 199,78 dollari. In valore assoluto domina la gioielleria (stimati 7 miliardi), mentre per volume restano imbattibili caramelle/cioccolato e fiori. Sono cifre che fotografano la forza d’inerzia (e d’identità) di una ricorrenza capace di rinnovarsi includendo amici, colleghi e perfino animali domestici fra i destinatari.

Ma allora Lupercalia e San Valentino sono collegati?

La tentazione di una linea retta — dai Lupercalia carnali al Valentino romantico — è forte, alimentata da secoli di racconti edificanti o scandalistici. La migliore storiografia oggi tende però a raffreddare il legame: prossimità di calendario sì; continuità causale molto meno probabile. Se c’è un punto vero di contatto, è l’immaginario della rinascita: febbraio come soglia di primavera, di coppie che si formano (fossero lupi, uccelli o umani). Per il resto, l’istituzione ecclesiale della memoria di San Valentino e la letteratura cortese hanno fatto il grosso del lavoro simbolico.

Chi era, davvero, San Valentino?

Secondo Britannica e i principali repertori, il nome Valentinus ricorre in più martirologi: un prete romano e un vescovo di Terni, entrambi commemorati il 14 febbraio e forse, in realtà, due tradizioni di uno stesso martire. La Chiesa cattolica lo riconosce, ma dal 1969 la sua memoria è lasciata ai calendari locali (non scompare, dunque, ma non è più nel calendario “generale”).

Molte leggende — matrimoni segreti, guarigioni miracolose, lettere “dal tuo Valentino” — hanno forgiato nei secoli l’icona del patrono degli innamorati, pur restando di difficile verifica storica.

Perché proprio il 14 febbraio “parla” d’amore?

Perché nel Trecento Chaucer lo “decide” poeticamente, mettendo in scena, nel “Parlement of Foules”, un parlamento di uccelli che scelgono il compagno nel giorno dedicato a San Valentino. È la prima associazione robusta nella cultura europea tra la data e il corteggiamento.

Perché, nei secoli successivi, la pratica di scambiarsi biglietti e pegni d’amore si diffonde, favorita dalle poste e poi dall’industria grafica; e perché l’Ottocento vittoriano, con Esther Howland e Richard Cadbury, codifica icone e consumi che ancora oggi riconosciamo.