16 febbraio 2026 - Aggiornato alle 13:41
×

cinema in lutto

Ci lascia a 89 anni l'uomo che diede la voce italiana al Gesù di Nazareth

Uno dei massimi maestri del doppiaggio che ha segnato, per generazioni, il cinema italiano

15 Febbraio 2026, 17:11

Ci lascia a 89 anni l'uomo che diede la voce italiana al Gesù di Nazareth

Seguici su

Ci sono esperienze che l’intelligenza artificiale non potrà restituirci se non al prezzo di costruire simulacri: tra queste, la voce e l’indimenticabile presenza “fisica” di Pino Colizzi, uno dei massimi maestri del doppiaggio che ha segnato, per generazioni, il cinema italiano.

Quel grande ceppo di artisti, discreto eppure familiare al pubblico, che riunisce i protagonisti della nostra scuola di doppiaggio, oggi lo saluta con venerazione e affetto, come si fa con i capiscuola. A poche ore dalla notizia della scomparsa, il collega Antonio Viola lo ricorda così: «Era un poeta ed un gentiluomo Ottocentesco con un modo di pensare, parlare e di esprimersi che non ho mai sentito e mai sentirò dopo di lui».

Nell’epoca, giustamente celebrata, della versione originale e dei sottotitoli, si dimentica spesso che il doppiaggio è stata un’arte in cui l’Italia ha eccelso in modo irripetibile. In questo pantheon, “Pino” è stato davvero tra i più grandi.

Nato a Roma il 12 novembre 1937, si trasferì presto con la famiglia a Paola e, forse per le radici foggiane della madre, mosse i primi passi in teatro a Bari. Aveva l’arte nel sangue (i Colizzi e i Ferzetti erano cugini) e, diplomatosi all’Accademia d’arte drammatica “Silvio D’Amico” sotto la guida di Orazio Costa, nel 1960 si impose all’attenzione sul palcoscenico con Luchino Visconti in «Uno sguardo dal ponte», in televisione con «Tom Jones» diretto da Eros Macchi, e al cinema con alcuni titoli a cavallo del decennio.

Attore giovane e di forte carisma scenico, incontrò in teatro maestri esigenti come Elena Cotta, Franco Zeffirelli («Romeo e Giulietta») e Giuseppe Patroni Griffi.

Il suo talento esplose all’inizio degli anni Settanta: Mauro Bolognini lo chiamò per «Metello» e Sandro Bolchi gli affidò in tv il complesso Vronskij in «Anna Karenina», accanto a Lea Massari (1974). In quell’interpretazione — aria distaccata, baffi sensuali, tormento segreto — mise in luce una duttilità rara, conquistando la grande platea televisiva con un timbro di velluto.

Non abbandonò mai il piacere della recitazione (lo abbiamo visto ancora nel 2015 in «Alaska» di Claudio Cupellini), ma fu nel buio delle sale di sincronizzazione che raggiunse un virtuosismo senza paragoni. Amatissimo dalle produzioni statunitensi e richiesto dai produttori italiani, ha fissato nella nostra memoria la sua voce, modulandola su volti diversissimi: Michael Douglas, Jack Nicholson, James Caan, Richard Dreyfuss, Omar Sharif, Christopher Reeve nei primi tre «Superman», Robert De Niro (nel secondo «Il Padrino – Parte II»), Martin Sheen («Apocalypse Now»), perfino Franco Nero e, soprattutto, Robert Powell nel «Gesù di Nazareth» di Zeffirelli, in cui Colizzi appariva anche in scena nel ruolo di Jobab.

La cifra unica del suo lavoro fu la capacità di aderire a caratteri lontanissimi tra loro senza smarrire il proprio inconfondibile segno, riconoscibile fin dalla prima battuta. Dal 2010 aveva smesso di prestare la voce ad altri, continuando però a dirigere il doppiaggio e a concedersi, di tanto in tanto, qualche apparizione d’attore, dedicandosi per lo più a un’attività letteraria discreta e colta.

Uomo raffinato, intellettuale innamorato del mestiere, elegante e naturalmente gentile, non si atteggiava ad artista, ma sapeva di esserlo. Grazie a lui custodiamo la memoria di un’arte — la voce nel buio — che ha fatto scuola nel mondo e di cui, per merito di figure come la sua, l’Italia conserva un primato mai eguagliato.