Il presidio
In piazza contro il Ddl Stupro: «Non può essere la donna a dimostrare la violenza»
Secco no al disegno di legge presentato dalla leghista Giulia Bongiorno: la manifestazione è stata organizzata da diverse associazioni
Nonostante il maltempo sono scese in piazza in tante, come in molte altre città d’Italia, per gridare che «se non c’è consenso è stupro». E lo hanno fatto in occasione dei trent’anni della legge che, dopo due decenni di lotte, ha sancito che lo stupro è un reato contro la persona, non contro la morale pubblica. Un cambio di paradigma che, sovvertendo l’ordine simbolico patriarcale, afferma che la libertà sessuale è un diritto, non una concessione. Un diritto ribadito dalla Convenzione di Istanbul - norma sovranazionale ratificata anche dall’Italia - che ha introdotto il concetto secondo cui il consenso deve essere volontario, libero e attuale, cioè revocabile in ogni momento. Un concetto giuridico fatto proprio dalla Corte di Cassazione e che adesso, con l’accordo bipartisan delle donne di destra e di sinistra, è stato recepito dal disegno di legge sullo stupro votato alla Camera all’unanimità il 19 novembre scorso.
Un accordo tradito dalla leghista Giulia Bongiorno che, nel passaggio della legge al Senato, ha modificato il testo con un emendamento che, invertendo l’onere della prova, prevede che sia la parte lesa a dovere dimostrare la propria volontà contraria e manifesta ad un rapporto sessuale non voluto, una volontà contraria da valutare in base al contesto. Un emendamento contro cui le donne sono scese in piazza per impedirne l’approvazione. A promuovere questa prima manifestazione il centro antiviolenza Thamaia e le femministe e transfemministe di “Non una di meno” insieme ai partiti e sindacati progressisti e a numerose associazioni.
«Il consenso - scandisce la presidente di Thamaia Anna Agosta - è una scelta, è volontà attiva di partecipare. La volontà contraria, invece, è qualcosa che deve essere dimostrata. E nei tribunali e nella società chiedere ad una donna di dimostrare di avere detto no significa riaprire la porta al sospetto, al giudizio sui comportamenti, alla colpevolizzazione». Significa tornare indietro nel tempo, peggiorare la legge esistente. Significa - come rileva Nunzia Scandurra di La città felice - sostenere che il silenzio è assenso, senza pensare al terrore che paralizza le donne che subiscono violenza e alle ritorsioni, fino al femminicidio, che rischiano in caso di rifiuto.
«Questo emendamento - grida Lara Torrisi di “Non una di meno” - è una scelta politica che afferma che i nostri corpi sono disponibili fino a prova contraria. Lo Stato decide chi può essere creduta e chi no, e decide che la libertà sessuale non è un diritto pieno, ma condizionato. E del resto il ministro della Giustizia Nordio sostiene che la violenza di genere è iscritta nel codice genetico dei maschi. Questa è violenza istituzionale contro le donne». L’emendamento Bongiorno, incalza Rosaria Leonardi della Cgil, ribalta il principio dell’autodeterminazione ed è un arretramento in un periodo in cui i dati sulle violenze sessuali sono in aumento esponenziale. «Aumentare le pene non serve a nulla. Bisogna educare all’affettività e alla sessualità, e invece il ministro dell’Istruzione Valditara lo impedisce». Per tutto questo le donne in piazza annunciano battaglia. «Non accetteremo che la responsabilità venga spostata su chi subisce violenza - conclude Anna Agosta -. Non accetteremo che ambiguità linguistiche diventino ambiguità giudiziarie. I nostri corpi non sono terreno di compromesso politico. I nostri diritti non sono merce di scambio. Non arretreremo. La libertà non si concede, si pratica e noi continueremo a praticarla insieme».