18 febbraio 2026 - Aggiornato alle 21:00
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A Los Angeles il processo ai social media con Zuckerberg in Tribunale: cosa rischia il multimiliardario

Il capo di Meta chiamato a rispondere di fronte a dodici giurati: un caso “campione” che può orientare migliaia di cause simili, tra algoritmi, filtri che alterano l’aspetto, bullismo e accuse di “progettazione per la dipendenza”

18 Febbraio 2026, 18:59

“Non è solo uno schermo”: Zuckerberg davanti alla giuria a Los Angeles nel primo grande processo sulla dipendenza da social tra i giovani

Il capo di Meta chiamato a rispondere di fronte a dodici giurati: un caso “campione” che può orientare migliaia di cause simili, tra algoritmi, filtri che alterano l’aspetto, bullismo e accuse di “progettazione per la dipendenza”

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In un'aula di un tribunale del centro di Los Angeles, una ventenne californiana, indicata come “Kaley G.M.”, aspetta il suo turno. Sulla panchina dei testimoni, per la prima volta davanti a una giuria in un caso del genere, c'è Mark Zuckerberg. E' un processo civile con 12 giurati chiamati a decidere se Instagram e YouTube abbiano contribuito a danneggiare la salute mentale di una ragazza crescendola tra contenuti e funzionalità che la spingevano a tornare, ancora e ancora, fin da quando aveva 6 anni.

Il procedimento in Los Angeles County Superior Court, presieduto dalla giudice Carolyn B. Kuhl, è un "bellwether trial": un caso “campione” che orienterà la rotta di migliaia di azioni simili pendenti in corti statali e federali contro i colossi dei social media. In questa prima tornata sono rimaste a processo Meta (per Instagram) e Google (per YouTube), mentre TikTok e Snap hanno raggiunto accordi separati nelle scorse settimane, evitando il confronto con la giuria. La causa, promossa da Kaley e da sua madre, punta il dito contro presunte scelte di progettazione concepite per indurre dipendenza e aumentare il tempo di permanenza degli utenti più giovani, nonostante rischi ben noti: bullismo, sextortion, contenuti che alimentano ansia, dismorfismo corporeo e pensieri suicidi. Meta e Google respingono le accuse.

La narrazione dell’accusa è netta: piattaforme costruite come macchine di attenzione, con algoritmi di raccomandazione, scroll infinito, notifiche, filtri che modificano i tratti del viso e “ricompense variabili” che innescano un ciclo compulsivo nell’utente, tanto più efficace quanto più è giovane. In aula sono già emersi memo interni e slide che la parte attrice interpreta come rivelatrici di un obiettivo preciso: “portare dentro i tween” e trattare l’“addiction” come metrica di successo. I legali delle aziende replicano che si tratta di frasi estrapolate e decontestualizzate, e che non vi è alcuna prova scientifica condivisa di una “dipendenza clinica” da social distinta da un “uso problematico”.

La giovane, identificata negli atti come K.G.M., racconta un percorso digitale cominciato molto presto: YouTube a 6 anni, Instagram a 11, poi TikTok e Snapchat. Secondo la sua versione, quell’esposizione precoce l’avrebbe spinta in una spirale fatta di controllo ossessivo del feed, confronti continui con corpi irrealistici, episodi di bullismo e ricatti sessuali su Instagram, con conseguenze sulla salute mentale: ansia, dismorfismo corporeo, ideazione suicidaria. La madre, co-attrice, sostiene che le funzionalità delle app — non solo i contenuti — abbiano avuto un ruolo causale. La difesa invita la giuria a guardare al contesto familiare, ad altre possibili concause e alle cartelle cliniche, sottolineando che la diagnosi di “dipendenza da social” è contestata, e che molti medici distinguono tra dipendenza e uso problematico.

Questa causa è la prima, tra oltre 1.500 (altre fonti indicano più di 1.600) domande simili, a varcare la soglia del processo con giuria. Nel gruppo più ampio rientrano anche oltre 350 famiglie e più di 250 distretti scolastici, a testimonianza di una frattura che riguarda scuole, pediatri, sistemi locali. L’orientamento dell’opinione pubblica, intanto, si sta spostando: sondaggi recenti negli Stati Uniti mostrano che una larga maggioranza di cittadini vorrebbe maggiore accountability per le aziende tecnologiche e regole sulle funzionalità intrusivamente persuasive (come lo scroll infinito). Le società, dal canto loro, elencano strumenti di controllo parentale, funzioni per limitare le notifiche, modalità specifiche per gli under 16, filtri e sistemi di segnalazione più rapidi. Resta il nodo: sono misure sufficienti e, soprattutto, effettive?

La giuria dovrà esprimersi su una serie di quesiti chiave: se Instagram e YouTube presentino difetti di progettazione che aumentano il rischio di danno per gli utenti minorenni; se esistesse una conoscenza interna del rischio tale da richiedere correzioni tempestive; se le misure adottate siano state ragionevoli rispetto allo stato dell’arte e alle linee guida disponibili; quale peso causale abbiano avuto le piattaforme rispetto ad altri fattori nella storia personale di Kaley; l’eventuale entità dei danni.La sentenza è attesa, secondo le stime, entro la fine di marzo 2026. Qualunque sia l’esito, il verdetto farà giurisprudenza nella cornice dei bellwether, influenzando transazioni e strategie nelle cause successive.

Questo processo, definito da più osservatori un “momento di verità” per i social, è guardato con attenzione non solo da famiglie e scuole, ma anche da legislatori e procure. Se la giuria dovesse individuare responsabilità di design, aumenterebbe la pressione per iniziative legislative come il Kids Online Safety Act e per regolamenti che impongano limiti a scroll infinito, notifiche o a specifiche pratiche di targeting verso i minori. Al contrario, un verdetto favorevole alle aziende potrebbe rafforzare l’idea che i danni derivino soprattutto dall’uso e dai contenuti di terzi, non da un “difetto” intrinseco del prodotto digitale. In entrambi i casi, le piattaforme dovranno misurarsi con un clima sociale cambiato, dove cresce la domanda di trasparenza sugli algoritmi e di valutazioni d’impatto sulla salute mentale dei giovani.