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l'analisi

Sei anni fa a Codogno il "paziente zero" che dà inizio all'incubo Covid: cosa è cambiato in Italia da quel giorno

Perché scegliere di vaccinarsi significa alimentare quell'immunità sociale necessaria a proteggere i soggetti più fragili e immunocompromessi, per i quali una banale infezione può trasformarsi in un ricovero o peggio

21 Febbraio 2026, 17:59

Sei anni fa a Codogno il "paziente zero" che dà inizio all'incubo Covid: cosa è cambiato in Italia da quel giorno

Mattia Maestri, il paziente zero in Italia

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Nella notte tra il 20 e il 21 febbraio 2020, il suono incessante delle sirene a Codogno squarciò il velo di un’illusione collettiva. Fu in quell'ospedale lombardo che l'Italia scoprì il suo primo caso autoctono di Covid-19, ribattezzato dai media come "paziente 1", Mattia Maestri. Oggi, a sei anni esatti di distanza da quella data storica, il Paese si ritrova ad affrontare un bilancio in chiaroscuro: siamo sicuramente più attrezzati sul fronte della sorveglianza e della gestione clinica, ma stiamo pericolosamente smarrendo la cultura della prevenzione.

A lanciare questo preoccupante allarme è Massimo Andreoni, direttore scientifico della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (Simit), che invita a guardare ben oltre la retorica per misurare cosa abbiamo realmente interiorizzato. Se nella fase acuta dell'emergenza l'Italia ha dimostrato una straordinaria capacità di mobilitazione, raggiungendo coperture vaccinali da record tra il 2021 e il 2022, oggi lo scenario collettivo è dominato dalla "stanchezza pandemica" e dall'inerzia. Non appena la pressione sui reparti ospedalieri si è allentata, l'esitazione vaccinale è riemersa prepotentemente, declassando la prevenzione a grande assente del nostro sistema sanitario. I numeri fotografano fedelmente questo paradosso: già nella stagione 2021-2022, la copertura antinfluenzale tra gli over 65 è scesa al 58,1%, in netto calo rispetto al 65,3% dell'anno precedente. Anche per quanto riguarda il Covid-19, le adesioni ai recenti richiami gratuiti si sono concentrate perlopiù sugli over 80 e sulle categorie a rischio, registrando invece una partecipazione molto più tiepida da parte delle coorti più giovani.

Nonostante questo preoccupante rilassamento, esiste un'eredità virtuosa da non disperdere assolutamente. Il pilastro più solido che abbiamo costruito in questi anni è senza dubbio l'architettura della sorveglianza epidemiologica. L'Italia, infatti, ha fatto scuola a livello internazionale introducendo il monitoraggio della circolazione virale nelle acque reflue tramite il programma SARI, uno strumento capace di intercettare precocemente le riprese dei contagi. A questo fondamentale indicatore si unisce RespiVirNet, la rete di sorveglianza integrata che monitora in modo coordinato SARS-CoV-2, influenza e virus respiratorio sinciziale (RSV). Anche su scala europea è stato compiuto un importante salto di qualità con la nascita di HERA, la nuova autorità comunitaria delegata alla preparazione e alla risposta tempestiva alle emergenze sanitarie.

Tuttavia, per concretizzare il passaggio dalla mera "reazione all'emergenza" a una "prevenzione intelligente" e sostenibile, i traguardi tecnologici non bastano. Occorre innanzitutto abbattere i numerosi ostacoli logistici che frenano l'adesione ai richiami stagionali, creando percorsi di prenotazione più snelli e valorizzando appieno il ruolo di prossimità delle farmacie e dei medici di base. Inoltre, la prevenzione strutturale richiede un deciso cambio di passo: superata la fase delle mascherine e del distanziamento, è ormai imperativo investire stabilmente nella ventilazione e nel monitoraggio della qualità dell'aria all'interno di scuole, uffici e trasporti pubblici.

Al cuore di questo dibattito risiede una profonda questione etica e sociale. L'esitazione vaccinale tende fisiologicamente a crescere quando il rischio percepito diminuisce e le cronache drammatiche scompaiono dai telegiornali. Eppure, la salute del singolo individuo rimane indissolubilmente legata ai comportamenti dell'intera comunità. Scegliere di vaccinarsi significa alimentare quell'immunità sociale necessaria a proteggere i soggetti più fragili e immunocompromessi, per i quali una banale infezione può trasformarsi in un ricovero o peggio.