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Attualità

Saluto romano a Ragusa, Chiavola assolto perché il fatto non costituisce reato

Questa mattina la sentenza su una vicenda che ha fatto molto discutere in città

04 Marzo 2026, 14:00

Mario Chiavola presidente Ragusa In Movimento

Il presidente di Ragusa in Movimento, Mario Chiavola

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L’assoluzione di Mario Chiavola, arrivata oggi con la formula “perché il fatto non costituisce reato”, chiude una vicenda giudiziaria che per quasi tre anni ha alimentato discussioni, interpretazioni e tensioni attorno alla commemorazione di Sergio Ramelli del 29 aprile 2021. Il presidente dell’associazione politico‑culturale Ragusa in Movimento era finito sotto processo per il presunto saluto romano compiuto durante l’iniziativa, un’accusa che la Procura aveva ritenuto meritevole di condanna, chiedendo due mesi di reclusione e 500 euro di multa. La parte civile, rappresentata dall’avvocato Mimmo Barone, aveva insistito sulla responsabilità dell’imputato, depositando il video dell’evento, articoli di stampa e la sentenza di condanna di un altro partecipante.

L’inchiesta era nata dalla denuncia dell’Anpi, guidata a Ragusa da Gianni Battaglia, che aveva segnalato il gesto come potenzialmente riconducibile all’apologia del fascismo. Da lì era iniziato un percorso processuale che aveva progressivamente polarizzato il dibattito pubblico, tra chi vedeva nella commemorazione un richiamo a simbologie vietate e chi, al contrario, la interpretava come un semplice momento di memoria.

La difesa, affidata all’avvocato Michele Savarese, ha sempre sostenuto l’assenza di qualsiasi gesto riconducibile al saluto romano e, soprattutto, l’assenza di finalità discriminatorie o apologetiche. A supporto di questa lettura era stata richiamata anche la dichiarazione resa all’epoca da Simone Di Stefano, allora coordinatore nazionale di CasaPound, che aveva parlato di un’iniziativa priva di contenuti d’odio e finalizzata esclusivamente al ricordo di un ragazzo ucciso.

Il Tribunale ha accolto integralmente questa ricostruzione, stabilendo che non vi fosse alcun elemento penalmente rilevante. Nessun gesto, nessuna intenzione, nessuna condotta idonea a configurare un reato. Una decisione che, pur chiudendo il procedimento, lascia sullo sfondo il tema più ampio del rapporto tra memoria, simboli politici e loro interpretazione pubblica. La sentenza, però, ristabilisce un punto fermo: ogni valutazione deve poggiare su fatti concreti e non su automatismi o presunzioni.