la festa della donna
8 Marzo, l'Europa al bivio tra nuove conquiste e pericolosi ritorni al passato
Tra accesso all'aborto, violenza di genere, diritti LGBTQ+ e disuguaglianze economiche: la sfida è trasformare le leggi in fatti
Una sera di marzo del 1917, le donne in fila per il pane a San Pietroburgo cambiarono il corso degli eventi reclamando “pane e pace”. A oltre un secolo di distanza, è opportuno ricordare che l’8 marzo non nasce come ricorrenza da omaggiare con le mimose – arrivate in Italia soltanto nel 1946 – bensì come giornata di protesta e mobilitazione sindacale, lontana dal falso storico del presunto incendio in una fabbrica newyorkese del 1908. Nell’Europa del 2026, quello spirito appare più attuale che mai, in un continente spaccato, dove i diritti fondamentali oscillano fra conquiste epocali e pulsioni reazionarie.
Il terreno più incandescente resta quello dell’autodeterminazione riproduttiva. La Francia, nel marzo 2024, ha segnato un primato mondiale inserendo l’interruzione volontaria di gravidanza in Costituzione. Un passo storico che, tuttavia, si misura con le difficoltà concrete dei territori: obiezione di coscienza diffusa e servizi insufficienti. All’estremo opposto, la Polonia continua a consentire l’aborto soltanto in caso di stupro o pericolo di vita; nel 2024 sono naufragati sia i tentativi di depenalizzazione sia l’accesso senza ricetta alla pillola del giorno dopo. In mezzo, Paesi come Malta: pur avendo introdotto una deroga nel 2023, mantengono paletti tali da aver registrato appena cinque interruzioni legali nel 2025.
Sullo fronte della violenza di genere, l’Unione europea ha provato a fissare uno standard comune adottando, nel maggio 2024, la prima direttiva che armonizza reati come i matrimoni forzati, lo stalking online e la diffusione non consensuale di immagini intime. Ma le norme comunitarie cozzano con la crudezza dei dati nazionali: in Italia, nel 2024, sono state uccise 113 donne, 99 delle quali in ambito familiare o affettivo. A complicare il quadro, il consenso politico si sfilaccia in alcune aree. Emblematico il caso della Lettonia: nell’ottobre 2025 il Parlamento ha votato per avviare il ritiro dalla Convenzione di Istanbul, sospinto da campagne contro la cosiddetta “ideologia di genere”.
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Anche sui diritti civili la frattura europea è profonda. In Ungheria, una legge del 2021 che vieta la “rappresentazione” dell’omosessualità ai minori ha innescato una procedura d’infrazione senza precedenti per l’UE. All’opposto, la Spagna prosegue il percorso avviato nel 2023 con la “Ley Trans”, che consente la rettifica di genere sui documenti. In Italia, il quadro è composito: nel 2025 la Corte costituzionale ha tutelato i figli di coppie omogenitoriali riconoscendo entrambe le madri nell’atto di nascita, mentre il Parlamento ha reso la gestazione per altri un “reato universale”, perseguibile anche se praticata all’estero.
La partita dell’uguaglianza si gioca anche sul terreno economico e della libertà di stampa. Per colmare un gender pay gap fermo al 13%, Bruxelles ha varato la direttiva sulla trasparenza salariale, che gli Stati membri dovranno recepire entro il 7 giugno 2026. In parallelo, le nuove norme Anti-SLAPP e il Media Freedom Act mirano a proteggere giornaliste e attiviste dalle querele bavaglio e dalle ingerenze politiche, rafforzando la libertà di espressione. In questo 2026, l’Europa dei diritti rischia di scivolare nella normalizzazione delle eccezioni e nell’inattuazione delle buone leggi. La vera sfida, oggi, è “applicare, finanziare, misurare”. Come le donne di Pietroburgo bussavano alle porte per il pane, le cittadine europee bussano a ospedali, tribunali e uffici del lavoro. Sta all’Europa decidere se rispondere con i fiori o con i fatti, perché i diritti, come la democrazia, esistono solo se vengono esercitati.