9 marzo 2026 - Aggiornato alle 05:51
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L'intervento

Catania, le proposte per un "Lungomare resiliente"

Carmelo Ignaccolo, professore di Urban Design, Technology & Climate alla Rutgers University negli Stati Uniti d’America, mostra le soluzioni adottate nel mondo per proteggere le coste

08 Marzo 2026, 20:29

20:30

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Circa un anno fa, il 19 gennaio 2025, la natura mandò un avvertimento sul lungomare di Catania. Il solaio in calcestruzzo di Piazza Tricolore, ormai chiuso e recintato da anni, cedette sotto una mareggiata, portando alla luce il mare tombato, le insenature con sabbie vulcaniche e i ciottoli neri, nascosti dal tappo di cemento. Il sindaco Trantino fu chiaro: "La natura si è ripresa il suo spazio." Dodici mesi dopo, la natura torna a bussare al (o meglio, travolgere) lungomare di Catania e, con esso, tutta la Sicilia orientale. Tratti del lungomare catanese sono franati, strade chiuse, una città che conta i danni dopo un'emergenza gestita magistralmente, senza vittime, e che ora si interroga sui lavori già appaltati del nuovo lungomare pedonalizzato alla luce di quanto accaduto.

La domanda sembra appunto essere non solo come riparare, ma piuttosto se valga ancora la pena farlo nello stesso modo

Da questa parte dell’Atlantico osservo la crisi di Catania con la chiarezza che dà la distanza e con il dolore di chi conosce quella costa lavica metro per metro. Qui, nell’area metropolitana di New York, insegno pianificazione urbana e resilienza climatica alla Rutgers University e, circa otto anni fa, ho lavorato con lo studio di progettazione urbana di AECOM alle strategie di ridisegno del waterfront sul fiume Hudson, in seguito al devastante uragano Sandy. Sandy, nel 2012, fu per New York ciò che mi auguro che Harry diventi per Catania: un momento di rottura che obbligò la città a scegliere tra riparare e ripensare. L'amministrazione cittadina del sindaco Bloomberg, sotto la guida del governo Obama, rispose con l’iniziativa federale "Rebuild by Design": non ricostruire come prima, ma progettare diversamente. Il cambio di paradigma fu radicale: smettere di ingegnerizzare le coste come se fossero nemici da contenere e iniziare a progettarle come ecosistemi vivi per la resilienza climatica ed il benessere delle comunità. Manhattan ha da poco inaugurato i primi parchi della “Big U” sul waterfront orientale: un sistema continuo di parchi urbani (“parkipelago”), progettati dai più grandi studi di progettazione urbana (incluso lo schema generale del danese Bjarke Ingels Group) e di paesaggio, che segue la forma a U dell'isola. Nei giorni di quiete, la “Big U” è un parco; il giorno in cui arriva la tempesta è una barriera che assorbe e protegge. Al largo di Manhattan, per rallentare il moto ondoso, lo studio di architettura del paesaggio SCAPE di Kate Orff — con cui mi sono formato a New York — ha progettato i "living breakwaters" al largo dei quartieri Queens e Staten Island: frangiflutti pensati come habitat subacquei costituiti da ostriche che, allo stesso tempo, purificano le acque del porto. Infrastruttura ed ecologia, nello stesso gesto.

Che lezioni può trarre Catania da tutto questo? Sarebbe ingenuo pensare che le risorse ed il modus operandi di New York siano trasferibili tout court alle falde dell’Etna. Ma l'approccio di “Rebuild by Design” — finanziare non la sistemazione dei danni, ma un ripensamento profondo del rapporto con la costa — è esattamente il ragionamento che mi auspico si abbia il coraggio di avviare per l'intera costa orientale. Catania, però, ha un grosso vantaggio rispetto a New York: la sua topografia lavica, nella parte più urbanizzata, la eleva e la protegge naturalmente dal mare, senza però renderla immune dall’erosione.

Il principio adottato in molte scogliere rocciose soggette all’erosione in ambiti urbanizzati è quello che negli Stati Uniti chiamiamo “managed retreat”, cioè l’arretramento gestito. Non è resa dell’uomo, è strategia di adattamento e, allo stesso tempo, di riparazione. Significa riconoscere che alcune strutture costiere sono insostenibili nel lungo periodo e che arretrare con intelligenza progettuale può restituire alla città più di quanto abbia da perdere. Il lungomare di Santa Cruz in California e quello di Carlsbad, trenta chilometri a nord di San Diego, mostrano cosa significa in pratica l’arretramento gestito: intere corsie stradali sono state decementificate e restituite alle rocce naturali che un tempo erano state sommerse dall’asfalto. A Carlsbad, in alcuni tratti, la strada è stata completamente rimossa per fare spazio a nuove discese verso il mare e a spiagge urbane, in un'ottica di restituzione alla natura e alla comunità.

Una volta compreso il principio, la domanda diventa come progettare bene questo arretramento su una costa rocciosa a tratti molto impervia come quella catanese. Esempi concreti esistono, e parlano un linguaggio progettuale che Catania può riconoscere. Il progetto della paesaggista Teresa Moller sulla costa rocciosa a nord di Santiago del Cile si arrende alla topografia invece di combatterla: la stessa pietra locale, lavorata da artigiani con tecniche non lontane da quelle del basalto catanese, crea percorsi che abbracciano la scogliera e aprono l'accesso al mare senza violentarlo.

Sulla Costa Brava in Spagna, lo studio EMF Landscape Architecture ha tracciato 5 chilometri di percorso pedonale integrato nella roccia — sedute, piattaforme affacciate sul mare, interventi minimi di grande effetto.

A Sydney, la passeggiata tra Bondi e Bronte attraversa chilometri di costa rocciosa con un sistema di palificazioni che non richiede riempimenti e lascia la scogliera intatta. Nessuno di questi progetti ha costruito muri. Tutti hanno lasciato spazio alla natura e progettato con essa, donando alle comunità dei waterfront più fruibili e un fronte mare più godibile.

Catania ha davanti un'opportunità storica che poche città costiere hanno avuto: la voragine di Piazza Tricolore, i danni di Harry sui marciapiedi e nelle corsie adiacenti al mare, inclusa la strada di accesso al Porto Rossi, hanno già iniziato il lavoro. Dove i solai di cemento e i riempimenti con materiali di risulta (alcuni dei quali si dice risalgano alle macerie della demolizione di Corso dei Martiri nel 1957) cedono sotto la forza del mare, appaiono insenature laviche con sabbie nere e ciottoli che nessuno ricordava. Sui social circolano immagini di spiagge emerse sotto Piazza Tricolore e nei pressi del Porto Rossi che lasciano la comunità incredula: luoghi bellissimi e sconosciuti ai più, nascosti per decenni sotto il cemento o i detriti. È il lungomare che restituisce ciò che gli era stato tolto. La domanda è se la città abbia il coraggio di raccogliere quello che il mare sta offrendo.

Eppure il problema madre del lungomare di Catania non è mai stato la devastazione delle tempeste: è che il mare si vede ma non si raggiunge. Un lungomare ridotto, fondamentalmente, a una strada con vista. Il progetto in corso di realizzazione tra Piazza Nettuno e Piazza Mancini Battaglia compie un passo avanti eliminando il traffico veicolare, ma sconta una limitazione probabilmente intrinseca al bando: non affronta la questione dell'accesso alla scogliera e al mare. Di conseguenza riproduce la linearità del fronte mare imposta dall'autostrada urbana degli anni cinquanta. Il principio dell'arretramento gestito potrebbe essere integrato nel progetto e usato per superare quella linearità artificiosa, restituendo la costa frastagliata tramite una serie di interventi diffusi, tra cui discese al mare ricavate dalla conformazione naturale delle rocce, rimozione dei riempimenti già dimostratisi fragili, e riconfigurazione delle piazze come sistemi di terrazze degradanti verso l'acqua. Luoghi dove i catanesi possano finalmente raggiungere quel mare che da decenni si limitano a guardare. Un lusso, quello della vista, che peraltro svanisce già da Piazza Europa verso sud, ma questa è un'altra ferita del waterfront catanese, che spero lo strumento urbanistico abbia il coraggio di affrontare.

In conclusione, Catania ha davanti a sé una scelta analoga a quella che New York fece dopo Sandy: condurre la sistemazione dei danni e ristabilire lo status quo, o diventare promotrice di un ripensamento progettuale. La seconda opzione costa di più nell'immediato, ma è l'unica che non dovremo pagare di nuovo nei prossimi anni e che offrirebbe un nuovo modo di interagire con il mare a generazioni di catanesi a venire.

La storia di Catania, costruita sulla lava e più volte ricostruita da eruzioni e terremoti, insegna che la città sa reinventarsi quando la natura la sfida. Questa volta, però, invece di domarla o nasconderla sotto muraglioni di cemento, forse vale la pena reinventarsi con essa, restituendo ai catanesi quel mare che la città ha tombato per mezzo secolo.

Carmelo Ignaccolo: catanese, è professore di Urban Design, Technology & Climate alla Rutgers University negli Stati Uniti d’America. Laureato in Ingegneria edile-architettura a Catania, Master in Urbanistica alla Columbia University di New York e dottorato in pianificazione territoriale al MIT di Boston, ha lavorato con AECOM per “Rebuild by Design” a New York e per l'Onu presso la sede di Nairobi, Kenya.