Attualità
Il clochard che dorme dinanzi al palazzo della Provincia di Ragusa è il simbolo di un fallimento
La storia dell'africano che ha rifiutato ogni aiuto e continua a preferire il proprio giaciglio nell'androne dell'immobile istituzionale di viale del Fante
C’è un’immagine che non dovrebbe appartenere a Ragusa, e invece ci abita da mesi, silenziosa e ostinata: un uomo che dorme nell’androne del Palazzo della Provincia, su cartoni e coperte pesanti, come fosse la cosa più naturale del mondo. Lo ha raccontato con pudore e con un senso quasi di colpa Saro Distefano sulle pagine del quindicinale Insieme: scattare quelle foto – scrive – è stato come rubare intimità, come entrare nel nido di qualcuno senza essere invitati.
Eppure quella scena è lì, sotto gli occhi di tutti. Nel cuore della città, a pochi passi da un luogo che rappresenta istituzioni, potere, storia amministrativa. E proprio lì, da poco prima di Natale, un uomo dell’Africa sub-sahariana ha scelto di dormire. Non perché non ci fossero alternative: un alloggio gli è stato offerto, con discrezione e professionalità, dai carabinieri. Ma lui ha rifiutato. Ha preferito restare all’addiaccio, davanti a quel portone che ogni mattina si apre su un mondo che gli scorre accanto senza davvero toccarlo.
Un segnale che non possiamo ignorare
Non è il primo senza tetto a Ragusa, certo. Ma è diverso vederlo lì, davanti a un palazzo pubblico, come un punto interrogativo che nessuno può evitare. Un segnale, lo definisce Distefano. Un segnale dei tempi? Forse. Sicuramente un richiamo alla nostra capacità – o incapacità – di vedere l’altro.
Eppure, in questa storia dura, c’è anche un frammento di umanità che resiste: i dipendenti del Libero Consorzio che lo salutano, lo accolgono, gli offrono un gesto, una parola, una presenza. Una piccola comunità che si stringe attorno a un uomo che non chiede nulla se non di poter restare dove ha deciso di stare.
Una città che si specchia in un giaciglio di cartone
Quel giaciglio, in fondo, è uno specchio. Riflette le contraddizioni di una città ricca e civile, come la definisce l’autore, ma anche vulnerabile, attraversata da solitudini che non sempre sappiamo nominare. Riflette noi, il nostro sguardo, la nostra capacità di fermarci, di interrogarci, di non voltare la testa dall’altra parte.
E forse è proprio questo il valore più grande del racconto apparso su Insieme: ricordarci che dietro ogni corpo che dorme per strada c’è una storia che non conosciamo, un motivo che non comprendiamo, una dignità che non possiamo ignorare.