Attualità
Ragusa prova ad abbattere i muri con il Ramadan che diventa festa di tutti
La città si è ritrovata accanto a una tavola condivisa: c'era anche il console tunisino Mahjoub
Ragusa ha vissuto una sera che resterà nella memoria collettiva come un gesto semplice e, allo stesso tempo, profondamente simbolico. Al calare del sole, quando il digiuno del Ramadan si interrompe e il silenzio si scioglie in gratitudine, la città si è ritrovata attorno a una tavola condivisa, lunga, essenziale, aperta a tutti. Non c’erano distanze, non c’erano appartenenze da rivendicare: solo persone che si riconoscevano nello stesso desiderio di incontro. Mani che porgevano piatti, sorrisi che si intrecciavano, lingue diverse che trovavano un punto comune nella parola “fratellanza”.
La presenza del console tunisino Mahjoub ha dato alla serata, organizzata dall'associazione Uniti senza frontiere, un valore ulteriore, non come atto formale, ma come segno concreto di una convivenza che non si limita ai proclami. Le sue parole hanno attraversato l’iftar come un invito a credere che la diversità non è una barriera, ma un’occasione. E Ragusa ha risposto con naturalezza: cittadini, associazioni, famiglie, persone che non appartengono alla fede musulmana ma che hanno scelto di esserci, perché certe occasioni non chiedono un credo, chiedono solo umanità.
Quella tavola apparecchiata all’aperto è diventata un ponte. Un’immagine potente di una città che si guarda allo specchio e si scopre capace di accogliere, di ascoltare, di celebrare ciò che non le appartiene e che proprio per questo la arricchisce. In un tempo in cui le differenze vengono spesso usate per costruire muri, Ragusa ha scelto la strada opposta: ha aperto uno spazio, ha invitato tutti a sedersi, ha trasformato una sera di Ramadan in una festa civile, in un atto di fiducia reciproca, in un messaggio che vale più di mille discorsi.
E alla fine, quando la notte è scesa e la tavola si è svuotata, è rimasta una sensazione semplice e luminosa: che la fraternità non è un’idea astratta, ma un luogo reale, fatto di gesti, di sguardi, di presenze. Un luogo che dice, senza bisogno di parole: tu appartieni anche qui.