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Volerelaluna

Con la sua urbanistica “neoliberale” Catania torna a essere “Milano del Sud”

“Città della rendita o città dei cittadini?” è la domanda davanti alla quale si sono confrontati gli esperti

11 Marzo 2026, 06:00

Con la sua urbanistica “neoliberale” Catania torna a essere “Milano del Sud”

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“Città della rendita o città dei cittadini?”. Questo il tema al centro del confronto promosso da Volerelaluna alla Camera del lavoro di via Crociferi e centrato sulla denuncia della concezione neoliberale dell’urbanistica che si è affermato a Catania, come in tutta Italia e non solo.

Un modello per cui, ancora una volta, come negli anni Sessanta, ma con un contenuto diverso, Catania ambisce ad essere la “Milano del Sud”. L’ingegnere Maurizio Palermo segnala che a Catania, così come nel capoluogo lombardo - oggi coinvolto in numerosi scandali urbanistici - dietro la narrazione e il parametro della rigenerazione urbana si nasconde l’acquiescenza ad interessi privati per cui si forzano e si violano le regole e si stringono accordi trasversali tra i diversi soggetti che governano il territorio (operatori immobiliari, politici, società finanziarie, fondazioni bancarie, università…).

Basti pensare al mancato pagamento degli oneri di urbanizzazione (il contributo economico che le aziende costruttrici devono pagare al Comune per finanziare le nuove infrastrutture pubbliche). In Sicilia le relative tariffe sono, secondo quanto riferito, irrisorie, eppure il Consiglio comunale ha bloccato la proposta di triplicarle. Si pensi anche alla legge del 90 che consente di lottizzare a scopi edilizi terreni vicini alla città, e al “piano casa” che, oltre a dimezzare gli oneri di urbanizzazione, consente di costruire anche in aree destinate ad attrezzature pubbliche e assegna un volume maggiorato anche del 35% agli edifici nuovi che sorgono al posto di vecchi fabbricati. Tanti, inoltre, gli interventi in deroga del piano regolatore tutt’ora vigente per i quali viene ignorato l’obbligo di dividere il plusvalore economico dell’intervento destinandolo metà al privato e metà al Comune.

Ancora. Si costruiscono supermercati in terreni destinati a servizi pubblici, mentre si continuano ad alzare grattacieli in città come quelli delle vie Acireale, Dalmazia, Oliveto Scammacca. E poi ci sono i grandi interventi. In corso dei Martiri i precedenti proprietari non hanno rispettato gli obblighi di urbanizzazione previsti dalla convenzione sottoscritta con il Comune, che ha rinunciato ad esigerli; e al porto il nuovo piano regolatore prevede oltre 1,5 milioni di metri cubi di nuova edificazione e tocca, deturpandole, la scogliera dell’Armisi e la foce dell’Acquicella. Progetto contro il quale sono in corso più ricorsi al Tar.

Insomma “si fanno gli interessi dei privati a danno di quelli dei cittadini”. Si consuma suolo, i terreni vengono impermeabilizzati aumentando il rischio idraulico, aumentano i valori immobiliari, e con questi le disuguaglianze, saltano le aree a verde in una città che ne è carente e aumentano le produzioni climalteranti. Oggi Catania, come Milano, è un modello di appropriazione privata della città a vantaggio delle reti che contano. Una visione neoliberale dell’urbanistica in opposizione alla quale viene proposto il passaggio dall’economia della crescita a quella della riparazione e della cura.

Anche perché, come ha rilevato l’architetto Aurelio Cantone, in città i vani disponibili sono tali da accogliere 680.000 abitanti, più del doppio della popolazione residente. Anche se va detto che il 20% delle abitazioni non sono utilizzabili. E - come sottolinea l’ingegnere Giuseppe Rannisi - andrebbero tutelate e valorizzate le vaste aree a verde ancora esistenti.

In questo contesto - nota l’urbanista professoressa Laura Saija - è centrale il ruolo della partecipazione dei cittadini, tanto più che la legge 19 del 2020 prevede un quadro normativo che non tutela più l’interesse pubblico consentendo di fermare le speculazioni, come avveniva in precedenza. La partecipazione è prevista per legge, ma i politici e i decisori la usano solo in merito a piccole scelte, tra l’altro molto tecniche, e nell’ottica di creare consenso impedendo di fare emergere i conflitti d’interesse di cui sono portatori i diversi abitanti dei territori. Di qui la necessità di mobilitare i cittadini dei quartieri e di fare in modo che siano le organizzazioni radicate nel territorio a veicolare le istanze degli abitanti. “Dovrebbero essere i quartieri a produrre contro piani e ad elaborare documenti di alto valore tecnico”.