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Attualità

Ragusa, quando il cibo torna a parlare la lingua dell'essenziale

I parrocchiani di San Giovanni Maria Vianney protagonisti al ristoro San Francesco in aiuto ai bisognosi

16 Marzo 2026, 16:07

16:10

Ragusa, quando il cibo torna a parlare la lingua dell'essenziale

I volontari in cucina al ristoro San Francesco

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Il cibo, quando torna alla sua essenza, smette di essere un esercizio estetico e recupera la sua funzione più antica: sostenere, accogliere, dare forza. Nelle cucine dove si prepara per chi ha bisogno, tutto ruota attorno a questo. Non ci sono piatti da fotografare, non c’è la ricerca dell’effetto, non c’è la corsa alla novità. Ci sono mani che lavorano, ingredienti semplici, pentole grandi e un’attenzione che non ha bisogno di essere dichiarata.

In quei luoghi il cibo non è un linguaggio di moda, ma un gesto di cura. Ogni porzione è pensata per qualcuno che arriverà con la sua storia, la sua stanchezza, la sua fame. E spesso quel piatto caldo diventa molto più di ciò che appare: un ricordo che riaffiora, un profumo che rassicura, un frammento di normalità che restituisce dignità. È sorprendente quanto un sapore semplice possa riportare ordine in una giornata difficile.

Chi cucina in questi spazi lo sa bene. Non prepara per stupire, ma per accompagnare. Aggiusta il sale, controlla la cottura, si assicura che ci sia abbastanza per tutti. Anche una bottiglietta d’acqua, messa da parte con cura, diventa un modo per dire “ti vedo, ti riconosco”. È un’attenzione che non fa rumore, ma che arriva. E' quello che hanno fatto i parrocchiani di San Giovanni Maria Vianney operando al ristoro di San Francesco per preparare decine e decine di pasti per i più bisognosi.

Viviamo in un tempo in cui il cibo è spesso racconto, immagine, identità. Ma basta entrare in una mensa solidale per capire quanto sia liberatorio tornare all’essenziale. Lì il cibo non è un simbolo, è un ponte. Unisce chi prepara e chi riceve, chi ha e chi non ha, chi attraversa un momento difficile e chi prova a renderlo un po’ meno duro. È un incontro silenzioso, ma potentissimo.

E forse è proprio questo il punto: quando il cibo smette di essere spettacolo e torna a essere nutrimento, ritrova la sua verità più profonda. Non deve essere bello per essere importante. Deve essere giusto, necessario, umano. In quel gesto quotidiano, ripetuto senza clamore, c’è una forma di amore che non ha bisogno di essere chiamata tale per essere riconosciuta.