salute
L'epidemia che non c'è: la verità scomoda sui numeri dell'autismo
I casi crescono, ma non è un'esplosione biologica. Perché in Italia 1 bambino su 77 è nello spettro e cosa ci dicono davvero le diagnosi
Il 2 aprile i monumenti si illuminano di blu, ma la reale consapevolezza sull’autismo si misura su dati solidi e servizi efficaci, non sui simboli.
In Italia, le stime ufficiali dell’Istituto Superiore di Sanità indicano che 1 bambino su 77, tra i 7 e i 9 anni, rientra nello spettro autistico: circa l’1,35% di quella fascia d’età.
Colpisce anche l’ampio divario di genere: i maschi ricevono una diagnosi 4,4 volte più spesso delle femmine.
Nel dibattito pubblico si ricorre talvolta al termine “epidemia”, un’etichetta fuorviante che alimenta stigma e confusione.
L’incremento dei casi riflette soprattutto un miglioramento dell’intercettazione clinica e dell’accesso alla valutazione, non una “esplosione” biologica.
I pediatri e le reti territoriali sono oggi formati a riconoscere i segnali già tra i 24 e i 36 mesi; inoltre, i criteri del DSM-5 sono più inclusivi, avendo ricondotto allo spettro quadri prima separati (come la sindrome di Asperger) e riconosciuto forme meno evidenti.
A ciò si sommano la maggiore consapevolezza delle famiglie e il progressivo ridursi dello stigma sociale.
Resta tuttavia aperta la questione del marcato squilibrio tra i sessi (4,4 a 1): in che misura dipende da fattori biologici e in che misura da bias diagnostici?
Nelle bambine, profili più sfumati e strategie di mascheramento possono eludere i test standardizzati, con un rischio concreto di sottodiagnosi.
Sul piano comparativo, l’Italia si avvicina ai trend internazionali: negli Stati Uniti i Centers for Disease Control and Prevention riportano una prevalenza di 1 su 36 nel 2020 e di 1 su 31 nel 2022.
Ma il nostro Paese sconta una sanità a macchia di leopardo. Pur contando oltre 1.200 centri dedicati secondo l’Osservatorio Nazionale Autismo, la distribuzione è squilibrata: il 54% è al Nord, mentre il Centro si ferma al 21% e Sud e Isole al 25%, con tempi d’attesa e intensità terapeutica molto variabili.
Ancor più critico il vuoto che riguarda l’età adulta. Se l’epidemiologia pediatrica è delineata, mancano registri e studi sistematici per gli adulti, con famiglie spesso lasciate sole nella transizione post-scolastica verso il lavoro e l’autonomia abitativa.
La sfida odierna non è soltanto il riconoscimento precoce dei segnali (come ritardo del linguaggio o ipersensibilità sensoriali), ma la costruzione di una società “neuro-inclusiva” in ogni ambito.
Servono standard nazionali omogenei, pari accesso alla diagnosi in tutte le regioni e un sistema scolastico e occupazionale capace di abbattere le barriere invisibili.