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2 aprile 2026 - Aggiornato alle 15:56
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il caso

L’Italia sott’acqua e il conto salato: tra siccità estrema e nubifragi bruciati 19 miliardi in 10 anni

Il nuovo rapporto di Greenpeace svela il vero prezzo di frane e alluvioni. Lo Stato rimborsa solo il 17% dei danni: il resto ricade su famiglie e imprese lasciate sole. Il drammatico caso della Sicilia: invasi a secco e bombe d'acqua improvvise che travolgono le città

02 Aprile 2026, 13:42

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L’Italia sott’acqua e il conto salato: tra siccità estrema e nubifragi bruciati 19 miliardi in 10 anni

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Per l’Italia il bilancio è sempre più gravoso: 19 miliardi di euro di danni in dieci anni, dal 2015 al 2024, dovuti esclusivamente a frane e alluvioni.

Lo certifica l’ultima analisi di Greenpeace, elaborata sui dati della Protezione civile, che restituisce l’immagine di un Paese fragile, in cui la crisi climatica corrode crescita economica, servizi e coesione sociale.

La mappa del rischio conferma una vulnerabilità diffusa lungo Alpi, Appennini e litorali.

In prima linea l’Emilia-Romagna, segnata dall’evento spartiacque del maggio 2023, con danni stimati fino a 10 miliardi di euro. Seguono, per impatto economico, Campania, Veneto, Abruzzo e Sicilia.

Proprio l’isola e il Mezzogiorno vivono un drammatico paradosso: stretti tra siccità severa ed episodi alluvionali estremi, alimentati da un Mediterraneo sempre più caldo.

Il vero scarto si consuma nella ricostruzione. A fronte di quei 19 miliardi, i trasferimenti dei governi alle Regioni si fermano a 3,1 miliardi, pari appena al 17% del fabbisogno.

Anche sommando i fondi europei di solidarietà — per le alluvioni del 2023 in Emilia-Romagna e Toscana lo stanziamento è di circa 446,6 milioni di euro — il divario resta enorme.

La voragine finanziaria si scarica sui bilanci degli enti locali e, in ultima istanza, su cittadini e imprese, erodendo la competitività dei territori.

Perché l’Italia è costretta a inseguire l’emergenza? L’ultimo rapporto ISPRA fotografa un’esposizione generalizzata: il 94,5% dei comuni è a rischio frane, alluvioni o erosione costiera; oltre 5,7 milioni di persone vivono in aree a pericolosità medio-alta.

La prevenzione, però, resta la grande cenerentola. Pur essendo stati finanziati quasi 26.000 interventi per la difesa del suolo, per un totale di circa 20,6 miliardi, tra il 1999 e il 2022 risultano conclusi soltanto 8.000 lavori, pari a 4,5 miliardi.

A rallentare i cantieri concorrono lungaggini amministrative, contenziosi, progettazioni superate che non incorporano i nuovi standard climatici e una profonda frammentazione istituzionale.

Così si continua a spendere soprattutto per riparare, trascurando la mitigazione: ogni euro non investito in prevenzione si moltiplica poi nei costi di ricostruzione.

Serve un cambio di passo immediato e lo stop al consumo di suolo. Le soluzioni strutturali passano dall’introduzione di un obbligo di “verifica climatica” per le nuove infrastrutture idrauliche e dal riconoscimento della manutenzione ordinaria come vera opera strategica pluriennale.

Rendere la prevenzione una voce permanente di bilancio è ormai una scelta politica ineludibile, per evitare che quel segno di fango diventi, anno dopo anno, la misura della distanza tra ciò che sappiamo e ciò che scegliamo di fare.