English Version Translated by Ai
3 aprile 2026 - Aggiornato alle 08:32
×

l'intervista

Dalla Sicilia alla Flotilla per Gaza con Emergency: «Non serve risolvere tutto, ma scegliere con chiarezza da che parte stare»

Marzia Gentile è un'infermiera originaria di Carlentini che, seguendo l'esempio dei suoi genitori, ha deciso di aiutare. «La cosa peggiore è abituarsi: informarsi e sostenere chi opera sul campo è già un modo per esserci»

03 Aprile 2026, 08:13

08:20

Dalla Sicilia alla Flotilla per Gaza con Emergency:  «Non serve risolvere tutto, ma scegliere con chiarezza da che parte stare»

Seguici su

Non è mai rimasta a guardare ma ha scelto consapevolmente di esserci. Anche quando questo ha significato avvicinarsi pericolosamente a un confine fragile, carico di tensione, dove l’umanità si misura ogni giorno con il dolore e con il limite.

Nel settembre del 2025, come si ricorderà, la nave Life Support di Emergency ha preso parte alla missione della Global Sumud Flotilla, una flottiglia civile diretta verso Gaza con l’obiettivo di portare aiuti umanitari e richiamare l’attenzione internazionale su una crisi sempre più drammatica. La nave dell’organizzazione italiana ha svolto un ruolo di osservazione e supporto sanitario, accompagnando il convoglio senza però forzare il blocco navale.

Una delicatissima missione conclusasi, come noto, con l’intercettazione delle imbarcazioni da parte delle forze israeliane in acque internazionali e il successivo trasferimento dei partecipanti nel porto di Ashdod. Un epilogo che non ha fermato il significato di quell’iniziativa: testimoniare, esserci appunto, senza voltarsi dall’altra parte.

A bordo di quella nave c’era anche Marzia Gentile, trentatreenne carlentinese con una laurea in scienze infermieristiche. Una storia, la sua, che affonda le radici in una famiglia dove il senso della solidarietà non è mai stato un concetto astratto. I suoi genitori, negli anni Ottanta partirono per circa due anni in Tanzania nell’ambito di un progetto di volontariato internazionale del Co.p.e. (Cooperazione Paesi Emergenti).

Suo padre, Giuseppe Gentile, dopo quella prima esperienza di volontariato, ha scelto di tornare a vivere in Africa facendo della sua vita una testimonianza concreta di impegno umano e sociale. Un esempio che, inevitabilmente, ha segnato anche il cammino della figlia.

Marzia, proviamo a tornare indietro, quando ha capito che la sua strada sarebbe stata quella di prendersi cura degli altri?

«Non credo sia nato tutto in un momento preciso. È stata più una consapevolezza che si è chiarita nel tempo. Ho scelto infermieristica perché sentivo che volevo stare in un luogo concreto, dove il bisogno delle persone non è astratto ma reale, quotidiano. Appena laureata, lavorando nell’assistenza domiciliare con pazienti critici, ho capito ancora meglio che prendersi cura non significa solo fare bene una procedura: significa entrare con competenza e rispetto nella fragilità degli altri».

Quanto ha contato, in questo, la sua famiglia… e in particolare la scelta di suo padre che ha scelto di vivere in Africa? È qualcosa che si porta dentro ogni giorno?

«La mia famiglia ha contato molto. I miei genitori erano stati in Tanzania quarant’anni fa, come volontari, con la stessa organizzazione con cui poi sono partita io. Questa cosa sicuramente ha avuto un peso. Per me certe realtà non sono mai state qualcosa di lontano».

Si ricorda il primo incontro con Emergency? Cosa l’ha colpita al punto da dire: “è qui che voglio essere”?

«Me lo ricordo bene. Quando sono tornata dalla Tanzania nel 2018 ho mandato diverse candidature, tra cui una spontanea a Emergency. Una settimana dopo mi hanno contattata, poi sono arrivati i colloqui e poco dopo ho iniziato a lavorare con loro sul progetto di Ragusa, nella cosiddetta fascia trasformata. Quello che mi ha colpita è stato il modo molto concreto di stare nei contesti difficili: non solo curare, ma farlo dove l’accesso alle cure è pieno di ostacoli. Questa cosa l’ho sentita subito molto vicina».

Quando ha deciso di partire per questa missione, cosa ha sentito davvero? Più coraggio o più paura?

«Entrambe le cose. Coraggio, perché sentivo che era giusto esserci. Paura, perché quando ti avvicini a certi contesti sai che l’imprevisto è sempre possibile».

A bordo della Life Support, la nave di ricerca e soccorso di Emergency, nei momenti più difficili, che cosa pensava? C’è stato un attimo in cui si è sentita fragile?

«Nei momenti più difficili sentivo soprattutto fatica e frustrazione. Ogni giorno arrivavano notizie molto pesanti dalla Palestina, e questo aveva un impatto forte. C’erano momenti in cui mi sentivo più fragile, sì, ma credo sia normale. In quelle situazioni fa molto la differenza sapere di non essere sola: a bordo c’erano colleghi e amici con cui sostenerci a vicenda, e questo aiutava molto».

Se chiude gli occhi, qual è l’immagine più forte che le è rimasta impressa di quei giorni?

«L’immagine più forte che mi resta è quella delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla in mare. Vederle da vicino, così piccole, facendo tutto quel percorso, rendeva molto chiaro quanto fossero determinate e coraggiose le persone a bordo. È una cosa che mi è rimasta impressa».

In mezzo a tutto questo, lei era lì per curare: c’è una persona, uno sguardo, un gesto che le è rimasto nel cuore e che non riuscirà a dimenticare?

«Più che una singola persona o un episodio preciso, mi è rimasta la fatica complessiva di quei giorni e il modo in cui, nonostante tutto, si andava avanti. In certi contesti non ti resta in mente solo il singolo momento ma l’insieme: le necessità che cambiano rapidamente, il bisogno di esserci, di restare lucidi e disponibili».

Dopo questa esperienza, chi è Marzia oggi? C’è qualcosa che guarda con occhi diversi, nella vita o nel suo lavoro?

«Oggi sono ancora più convinta che la cura non debba avere periferie minori. Il filo che unisce la Tanzania, la fascia trasformata di Ragusa, Ponticelli, il Mediterraneo e Gaza è lo stesso: ci sono persone a cui l’accesso ai diritti viene reso difficile, lontano, quasi irraggiungibile. Questa esperienza mi ha confermato che il nostro lavoro non serve perché risolve tutto, ma perché sceglie con chiarezza da che parte stare».

Pensando a Gaza e a quello che ha visto o percepito attraverso questa missione, cosa si sente di dire a chi legge e magari si sente lontano da tutto quello che accade nel mondo?

«Direi di non pensare che sia tutto troppo lontano per riguardarci. Capisco bene il senso di impotenza, perché davanti a certe notizie è facile sentirsi così. Però secondo me la cosa peggiore è abituarsi. Informarsi, parlarne, sostenere chi lavora sul campo sono già modi concreti per non restare fermi. Anche un gesto semplice può avere un valore concreto: fare una donazione online sul nostro sito, su https://sostieni.emergency.it/, vuol dire sostenere cure per le vittime della guerra e della povertà, in tante parti del mondo e in Italia».

Così mentre le missioni civili cercano di aprire varchi umanitari e di mantenere alta l’attenzione internazionale, il lavoro di Emergency prosegue ogni giorno anche nel Mediterraneo centrale. Solo a metà marzo 2026 la Life Support ha portato in salvo 123 persone in tre distinti interventi in meno di 48 ore, con sbarco nel porto di Civitavecchia. Dal dicembre 2022, la nave ha soccorso complessivamente oltre 3.300 persone. Numeri che raccontano una realtà fatta di emergenze e di vite sospese. Ma raccontano anche la scelta, ostinata e concreta, di continuare a esserci. Fondata nel 1994 da Gino Strada, Emergency nasce con l’obiettivo di offrire cure gratuite e di qualità alle vittime della guerra e della povertà, portando avanti da oltre trent’anni una medicina fondata sui diritti e sulla dignità umana.