Società
"Vittoria riconosca il sacrificio del carabiniere Iffrido Mangione"
L'appello dell'associazione "Scoglitti nel cuore per sempre"
Ci sono pagine della nostra storia che non compaiono nei libri, che non vengono ricordate nelle cerimonie ufficiali e che rischiano di svanire nel silenzio. Una di queste è riemersa grazie all’impegno di Beniamino Tenaglia, ex carabiniere e anima dell’associazione Scoglitti nel cuore per sempre, che da anni si batte per custodire la memoria della comunità e dei suoi figli migliori.
Il 24 marzo 1946, in una Sicilia ancora segnata dalle ferite della guerra e attraversata dal banditismo, tre giovanissimi carabinieri persero la vita mentre compivano il loro dovere. Tra loro c’era il vicebrigadiere Iffrido Gabriele Mangione, vittoriese, poco più che ventenne. Morì guidando i suoi uomini in un’operazione difficile, in un tempo in cui la divisa significava esporsi, rischiare, proteggere una terra che cercava faticosamente di rialzarsi.
Insieme a lui caddero i carabinieri Francesco Giuffrida e Giovanni Goffredo. Ragazzi. Figli. Servitori dello Stato che non cercavano gloria, ma che scelsero la strada più dura: quella del dovere, della disciplina, dell’onore. Il loro sacrificio, proprio perché silenzioso, pesa ancora di più.
L’Arma dei Carabinieri, da oltre due secoli, rappresenta un presidio di legalità e vicinanza ai cittadini. Storie come quella di Iffrido Mangione ci ricordano che quei valori non sono astratti: sono stati costruiti con il coraggio e, troppo spesso, con il sangue di giovani che hanno creduto in un’Italia migliore.
Fa male scoprire che oggi, nella sua stessa città, il ricordo di Mangione rischia di dissolversi. Non esiste una tomba che ne custodisca la memoria, non esiste un luogo che racconti alle nuove generazioni chi fosse e cosa abbia rappresentato. È come se un pezzo della nostra identità fosse stato lasciato indietro.
Per questo Tenaglia lancia un appello che diventa un dovere morale: Vittoria deve riconoscere il sacrificio del vicebrigadiere Iffrido Mangione, restituirgli un nome, un luogo, una memoria. Non per retorica, ma per giustizia. Perché ricordare non è un gesto formale: è un impegno verso chi ha dato tutto senza chiedere nulla.