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Il caso

Il Quoziente Intellettivo in caduta libera: davvero l'Umanità è più stupida per colpa dell'IA?

I test segnano un'inversione dell'effetto Flynn e i dati PISA crollano inesorabilmente. Il rischio fatale di affidarci a un mero "calcolo statistico" scambiato per mente umana

04 Aprile 2026, 19:25

19:30

Il Quoziente Intellettivo in caduta libera: davvero l'Umanità è più stupida per colpa dell'IA?

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Ogni giorno milioni di persone consegnano una parte della propria vita intellettuale a un chatbot. Ci sono studenti che chiedono spiegazioni su testi mai sfogliati, professionisti che affidano a una macchina e-mail delicate, ricercatori che si fanno riassumere articoli accademici e genitori in cerca di consigli.

Di fronte all’eleganza scorrevole di risposte istantanee, affiora un interrogativo scomodo: stiamo davvero potenziando le nostre capacità cognitive o ci stiamo abituando a farne a meno?

È il nodo centrale dell’analisi di Marco Bertelli, psichiatra e direttore scientifico del CREA. Nel volume “L’intelligenza che non AI”, Bertelli smaschera l’equivoco insito nella stessa etichetta “Intelligenza Artificiale”.

Definire “intelligenza” un sofisticato apparato di calcolo statistico è, spiega, un errore semantico che altera la percezione della realtà. Questi modelli non hanno coscienza, empatia o esperienza soggettiva: elaborano probabilità su vastissimi insiemi di dati.

Eppure un diffuso antropomorfismo, ingenuo ma potente, ci induce a riporre fiducia cieca nei loro esiti.

Il vero rischio, avverte con decisione Bertelli, non è la suggestione cinematografica delle macchine ribelli, bensì qualcosa di più vicino e quotidiano: la “delega cognitiva”, ossia l’assuefazione a rinunciare allo sforzo mentale.

Il cittadino scivola in una passività complice, ridotto al ruolo di semplice validatore di risposte preconfezionate. Un lavoro di Microsoft Research presentato a CHI 2025 conferma empiricamente l’allarme: una maggiore fiducia nei sistemi generativi si associa a un netto calo dell’attivazione del pensiero critico.

L’efficienza estrema della macchina, in breve, riorganizza il nostro pensiero al ribasso.

I segnali preoccupanti arrivano anche dalla psicometria. La letteratura registra un’inversione del cosiddetto effetto Flynn, con un declino dei punteggi medi nei test di intelligenza dall’inizio del nuovo millennio, in particolare nell’Europa occidentale.

Se si aggiunge l’analisi PISA 2022 dell’OECD, che documenta un crollo “senza precedenti” nelle performance dei quindicenni in matematica e lettura, il quadro si fa critico.

Inserire in un ecosistema cognitivo già fragile, frammentato e distratto uno strumento che offre scorciatoie continue rischia di amplificare l’abdicazione allo sforzo intellettuale.

La via d’uscita non è la demonizzazione della tecnologia. Come ricordano le linee guida UNESCO aggiornate al 2026, serve un approccio “human-centered” e una vera “pedagogia della vigilanza”: educare al contro-uso critico.

La priorità non è imparare a scrivere il prompt perfetto, ma recuperare l’essenza dell’umano: saper formulare le domande giuste, tollerare la frustrazione dell’incertezza, esercitare il giudizio morale e verificare con rigore le fonti.

Il pericolo non è che i software diventino sempre più simili a noi, ma che noi finiamo per somigliare troppo a loro. Veloci, reattivi e impeccabili in superficie, ma privati, poco a poco, di quella lentezza necessaria a cogliere le sfumature, dissentire con cognizione di causa e continuare a pensare liberamente.