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13 aprile 2026 - Aggiornato alle 10:22
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geologia

Non è un vulcano come gli altri: ecco perché l'Etna è unico al mondo

Una ricerca svizzero-italiana rivela che il vulcano si alimenta "spremendo" il mantello terrestre come una spugna, rivoluzionando la vulcanologia

13 Aprile 2026, 09:57

Non è un vulcano come gli altri: ecco perché l'Etna è unico al mondo

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Con i suoi oltre 3.000 metri di quota e un’ attività ininterrotta da circa mezzo milione di anni, l’Etna domina la costa orientale della Sicilia ed è, a tutti gli effetti, il vulcano più attivo d’Europa.

Pur essendo fra i siti naturali più osservati al mondo, la sua genesi ha a lungo rappresentato un enigma: nessun modello geologico tradizionale è riuscito finora a spiegarne in modo pienamente convincente la formazione. Ora, un lavoro pubblicato sul Journal of Geophysical Research – Solid Earth, firmato dai ricercatori dell’Università di Losanna (Unil) in collaborazione con Anna Rosa Corsaro dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) di Catania, propone un’ipotesi capace di cambiare radicalmente la nostra comprensione dell’origine del gigante siciliano.

L’anomalia che sfida gli schemi. La scienza classifica di norma i vulcani in tre grandi contesti geodinamici: lungo i margini divergenti delle placche, dove la loro separazione genera nuova crosta oceanica; nelle zone di subduzione, dove la discesa di una placca sotto un’altra, portando acqua in profondità, innesca eruzioni esplosive come nel caso del Monte Fuji; e infine negli “hotspot” intraplacca, all’origine di catene insulari come le Hawaii. L’Etna non rientra in nessuna di queste categorie. Pur sorgendo in prossimità di una zona di subduzione, la composizione delle sue lave richiama quella dei vulcani da hotspot, in assenza però di un vero "punto caldo" nelle vicinanze.

La nuova indagine fa chiarezza: diversamente dagli apparati classici, in cui il magma si genera poco prima dell’eruzione, l'Etna si alimenterebbe da piccole riserve magmatiche già presenti nel mantello superiore, a circa 80 chilometri di profondità.

Una “spugna” di magma e i vulcani petit-spot. Il cuore più innovativo dello studio riguarda il meccanismo di risalita. La compressione tettonica prodotta dallo scontro fra la placca africana e quella eurasiatica incurva e frattura la litosfera, costringendo il magma a risalire “esattamente come il liquido che viene spremuto da una spugna”. Questo processo collocherebbe l’Etna in una quarta, rarissima classe geologica: i vulcani “petit-spot”. Teorizzati già negli anni Sessanta e osservati direttamente solo nel 2006 da ricercatori giapponesi, i petit-spot mostrano come specifiche sollecitazioni tettoniche possano attivare sacche isolate alla sommità del mantello, generando vulcanismo al di fuori degli schemi canonici.

Un gigante inatteso. “Il nostro studio suggerisce che l’Etna potrebbe essersi formato attraverso un meccanismo simile”, spiega Sébastien Pilet, professore alla Facoltà di Geoscienze e Ambiente dell’Università di Losanna e primo autore della ricerca. La novità risiede nelle dimensioni: finora i petit-spot noti erano piccole costruzioni sottomarine alte poche centinaia di metri; l’Etna, con i suoi oltre 3.000 metri sul livello del mare, è uno stratovulcano imponente. Questa svolta interpretativa non solo offre una chiave per comprendere la persistente e peculiare attività eruttiva del colosso siciliano, aprendo all’INGV di Catania la possibilità di valutazioni del rischio più accurate e mirate, ma spalanca anche nuovi, promettenti orizzonti per indagare l’origine e la natura nascosta di altri sistemi vulcanici nel mondo.