itinerari
Il mistero della Stonehenge siciliana a meno di due ore da Taormina
Dalla Dea Orante all'Aquila gigante: esplorazione delle sculture rupestri naturali della Sicilia che per secoli hanno ingannato la storia
Tra i Nebrodi e i Peloritani, oltre i mille metri di quota nel territorio di Montalbano Elicona, si distende un pianoro dove il tempo sembra trattenere il respiro: l’altopiano dell’Argimusco. Soprannominato la “Stonehenge siciliana”, questo suggestivo complesso roccioso domina un panorama che spazia dall’imponente sagoma dell’Etna alle Eolie, fino alla costa tirrenica.
A differenza del celebre sito megalitico britannico, tuttavia, i massi dell’Argimusco non furono né rimossi né disposti dall’uomo: la loro genesi è un prodigio della natura. Le grandi formazioni di quarzoarenite, modellate per millenni dall’azione combinata di vento e acqua, hanno assunto profili antropomorfi e zoomorfi capaci di accendere l’immaginazione.
Passeggiando tra questi colossi si riconoscono l’Aquila, con le ali protese verso il vulcano, la Dea Orante — che svetta per circa venticinque metri in un eterno gesto di preghiera — quindi il Sacerdote (o Guerriero), la Civetta e il Pellicano.
Sebbene manchino testimonianze materiali di insediamenti preistorici stabili, l’alone sacrale del luogo ha alimentato un fitto intreccio di narrazioni. Ricercatori e studiosi di archeoastronomia, tra cui il dottor Andrea Orlando, ipotizzano che fin dall’Età del Bronzo il pianoro sia stato frequentato come santuario naturale e osservatorio celeste, per decifrare i moti degli astri, regolamentare il calendario delle stagioni e celebrare riti legati alla Terra e al Cielo.
Accanto a queste letture si affiancano riletture esoteriche. Studi non convenzionali, come quelli di Paul Devins, avanzano l’ipotesi di una frequentazione medievale da parte del medico e alchimista Arnaldo da Villanova alla corte di Federico III d’Aragona. In tale prospettiva, i megaliti incarnerebbero intricate allegorie e costellazioni, fondendo simbologie del principio maschile e femminile sacro in un grande teatro iniziatico all’aperto.
Le particolari cavità sferiche presenti su alcune emergenze — come il perfetto “occhio” del Sacerdote, attraversato al tramonto da un raggio di luce — hanno persino alimentato racconti di tesori sepolti e di mirabolanti “pietre filosofali”.
La lettura geologica, pur ridimensionando le leggende, non è meno affascinante. L’area appartiene al Flysch di Capo d’Orlando, una successione sedimentaria formatasi tra 30 e 15 milioni di anni fa a seguito di imponenti frane sottomarine, le cosiddette correnti di torbida. Le evocative “sfere magiche” non sono dunque opere di occultisti, bensì nuclei di sedimento più coerente rotolati sui fondali oceanici e poi sollevati in quota dalle poderose spinte tettoniche che hanno innalzato l’Appennino e la Sicilia.
Così l’Argimusco resta un enigma incantevole, un crocevia in cui la scienza della Terra e l’immaginario umano convivono senza attriti. Che lo si consideri una Stonehenge apocrifa scolpita dai venti, un richiamo alla Marcahuasi peruviana o un antico tempio perduto sotto le stelle, questo altopiano offre un’esperienza primordiale e imperdibile, nel punto in cui la pietra sembra protendersi verso l’infinito del cosmo.