il messaggio
Siracusa, l’appello dal balcone: Lomanto scuote la città sui giovani “inermi” davanti ai social
Nella festa del Patrocinio di Santa Lucia, tra fede e dolore civile la chiesa lancia l'allarme educativo
A mezzogiorno, in piazza Duomo, mentre la devozione popolare si raccoglie attorno a Santa Lucia, il cuore del discorso non è soltanto religioso. È quasi un fotogramma civile: una città stretta intorno alla sua patrona, una piazza piena, un balcone affacciato sulla storia e, sotto, il vuoto che spesso separa gli adulti dai più giovani. In quel contrasto — folla in presenza, solitudini in aumento — si colloca il messaggio pronunciato dall’arcivescovo di Siracusa, Francesco Lomanto, durante la festa del Patrocinio della santa. Un intervento che ha scelto di non aggirare il punto più scomodo: il disagio giovanile, l’isolamento, la fatica del dialogo tra generazioni, il peso crescente dei social quando smettono di essere strumenti e diventano habitat totalizzanti.
Il passaggio più netto del suo intervento è quello destinato a restare: “Siamo chiamati a stare vicino ai giovani e ai ragazzi, per tentare di comprenderne il linguaggio, a volte fatto di silenzi”. Una chiave di lettura precisa: il silenzio adolescenziale non sempre è chiusura, talvolta è domanda d’aiuto non decifrata. Lomanto ha insistito proprio su questo punto, denunciando la distrazione degli adulti e l’incapacità, spesso collettiva, di riconoscere segnali che non si esprimono con parole ordinate, ma con ritirate improvvise, assenze, fratture relazionali, sofferenze opache.
Le “sabbie mobili” dei social e il rischio di una solitudine affollata
La frase più dura, non a caso, riguarda il digitale: “Stiamo annegando nelle sabbie mobili dei social”, ha detto l’arcivescovo, descrivendo un universo che “ha rubato il posto all’incontro costruttivo e vitale” e che rischia di logorare l’umanità, rendendo le persone “schiave di invenzioni che affascinano la mente, ma svuotano il cuore” fino a un isolamento che definisce “autolesionista”. È un linguaggio pastorale, certo, ma anche una diagnosi sociale che intercetta un nodo ormai riconosciuto ben oltre l’ambito ecclesiale: l’ambiente digitale può amplificare vulnerabilità già esistenti quando sostituisce relazioni reali, tempi di elaborazione, prossimità educativa.
Qui il richiamo di Lomanto trova riscontro in dati che, pur senza autorizzare letture semplicistiche, impongono prudenza e serietà. Le conclusioni approvate dal Consiglio dell’Unione europea il 20 giugno 2025 hanno sottolineato che le tecnologie digitali offrono opportunità importanti, ma presentano anche rischi concreti per la salute mentale dei minori: contenuti inappropriati, bullismo online, tempo eccessivo davanti allo schermo e riduzione delle interazioni offline possono favorire isolamento sociale e solitudine. Lo stesso documento invita a rafforzare protezione, resilienza e capacità di segnalazione dei contenuti nocivi. In altre parole: il problema non è demonizzare la tecnologia, ma evitare che l’ecosistema digitale diventi l’unico spazio emotivo, identitario e relazionale dei ragazzi.
La festa di maggio: identità siracusana e memoria della carestia
La festa del Patrocinio di Santa Lucia, celebrata la prima domenica di maggio, ricorda la protezione attribuita alla patrona durante la grave carestia del 1646, quando, secondo la tradizione cittadina, l’arrivo improvviso di navi cariche di grano salvò la popolazione. È la festa che i siracusani chiamano anche “Santa Lucia delle Quaglie”, con il tradizionale lancio di colombi viaggiatori a rievocare quell’evento prodigioso. Non è una semplice replica della solennità di dicembre: è un appuntamento più intimo, profondamente legato alla memoria civica di una città che, nella fame di allora, legge ancora oggi una figura di protezione e di riscatto.
La stessa Arcidiocesi di Siracusa ricorda che la devozione a Lucia attraversa i secoli e si intreccia strettamente con l’identità cittadina. Nella tradizione agiografica, il patrocinio della santa su Siracusa è un elemento costante e fondativo; la sua figura, più di altre, si è radicata nella memoria collettiva fino a diventare un riferimento che unisce liturgia, storia locale e sentimento popolare. Anche per questo, il balcone dell’arcivescovado, nel giorno del Patrocinio, non è soltanto un luogo da cui si pronuncia un saluto: è una tribuna morale dalla quale la città ascolta se stessa.