il caso
Addio ai medici di famiglia? Camici bianchi in trincea contro il decreto Schillaci
Dalla grave carenza di camici bianchi al rischio di studi periferici svuotati. Perché la rivoluzione del PNRR spaventa il territorio italiano
Alle otto del mattino i telefoni degli studi medici italiani squillano senza sosta: richieste di ricette, visite urgenti, certificati da redigere, anziani cronici da seguire. Questa “medicina silenziosa”, cardine della sanità di tutti i giorni, è oggi al centro di un aspro confronto tra la Fimmg (Federazione italiana medici di medicina generale) e il ministro della Salute, Orazio Schillaci, a cui il sindacato chiede un deciso passo indietro sulla riforma.
Il timore dei camici bianchi è che, nel tentativo di implementare le nuove Case della Comunità, si finisca per indebolire proprio il medico di famiglia, trasformandolo da figura di fiducia in un “professionista a ore” assoggettato a logiche aziendali.
Il cuore dello scontro è la riorganizzazione territoriale delineata dal PNRR, che prevede l’attivazione di almeno 1.038 Case della Comunità entro giugno 2026, obiettivo già ridotto rispetto alle 1.350 inizialmente previste a causa di ritardi e maggiori costi.
L’Esecutivo lavora all’ipotesi di un “doppio canale”: da un lato i medici convenzionati con il Servizio sanitario nazionale, dall’altro i medici dipendenti, destinati alle funzioni più strutturate all’interno delle nuove sedi. Il ministro Schillaci ha difeso l’impianto, sostenendo che l’intento non è smantellare il medico di famiglia, ma “liberarne il potenziale” inserendolo in un’équipe dotata di strumenti digitali più evoluti.
Per i sindacati, però, l’esito rischia di essere la frammentazione delle prestazioni, con professionisti ridotti agli addetti di “un call center sanitario”.
A complicare il quadro pesa un marcato divario territoriale. In realtà come il Trentino, per il 77,9% classificato “area interna”, la capillarità dei presidi è decisiva. Oggi la provincia conta uno studio di medicina generale ogni 17 km², mentre è prevista una Casa della Comunità ogni 431 km². Dati che mostrano come un modello uniforme, magari efficace nelle grandi città, possa infrangersi contro la complessa orografia italiana, penalizzando le zone meno servite.
A rendere incandescente il clima istituzionale è soprattutto il metodo scelto dal Governo. L’ipotesi di intervenire tramite decreto-legge, aggirando le ordinarie dinamiche della contrattazione, ha suscitato l’indignazione del segretario generale Fimmg, Silvestro Scotti, che minaccia persino il ricorso alla Corte costituzionale contro un intervento “ope legis” sul rapporto di lavoro.
Anche la FNOMCeO, per voce del presidente Filippo Anelli, ha evidenziato l’assenza del requisito di urgenza, ricordando che i professionisti possono già operare nelle nuove strutture. Un intervento calato dall’alto risulta inoltre di difficile comprensione alla luce del nuovo Accordo Collettivo Nazionale 2022-2024, sottoscritto a novembre 2025, concepito proprio per rafforzare l’organizzazione territoriale.
Sulla riforma grava infine una crisi di vocazioni ormai strutturale. I dati della Fondazione GIMBE sono eloquenti: al 1° gennaio 2025, 36.812 medici di base assistevano quasi 51 milioni di cittadini, con una media di 1.383 pazienti ciascuno, ben oltre la soglia ottimale. La carenza stimata supera i 5.700 professionisti. Il paradosso è evidente: si tenta di riorganizzare una sanità di prossimità che non attrae più i giovani, tanto che nel 2024 il 15% delle borse di studio in medicina generale è rimasto vacante, con punte oltre il 40% in alcune regioni.
La recente consultazione pubblica di Agenas (aprile 2026) invita con buon senso all’integrazione e al lavoro in équipe, senza ricorrere a una mera sostituzione dei modelli esistenti. Svuotare lo studio del medico di base non allevierà i problemi del SSN; al contrario, incrinerà quel legame fiduciario che storicamente garantisce efficienza, appropriatezza delle cure e risparmi per lo Stato.