il lutto
Ci lascia a 84 anni il recordman dei cartellini rossi genio silenzioso del baseball
Se ne è andato Bobby Cox: nessuno in regular season è stato cacciato più di lui, ma lo faceva per lealtà verso la sua squadra. Il ricordo commosso dell'uomo che rese grandi gli Atlanta Braves
Il mondo del baseball, e con esso l’intera comunità sportiva statunitense, si è fermato per rendere omaggio a una figura leggendaria: Bobby Cox è morto all’età di 84 anni nella sua abitazione di Marietta, in Georgia. A dare l’annuncio sono stati gli Atlanta Braves, la franchigia alla quale il suo nome resterà per sempre legato, definendolo senza esitazioni “il migliore ad aver mai indossato la divisa dei Braves”.
La notizia è arrivata al termine di una settimana già segnata dal lutto per la scomparsa di Ted Turner, l’imprenditore visionario che negli anni Ottanta ebbe un ruolo determinante nel riportare Cox all’interno dell’organizzazione.
In un’epoca in cui lo sport professionistico è sempre più orientato ad algoritmi, statistiche evolute e tendenze tattiche effimere, Cox incarnava una virtù tanto essenziale quanto non misurabile: la fiducia.
Il dato più curioso della sua carriera, spesso frainteso, è il primato assoluto di espulsioni in stagione regolare nella Major League Baseball: 158. A uno sguardo superficiale, potrebbe sembrare l’impronta di un tecnico irascibile. In realtà, quelle furibonde sortite dal dugout erano un gesto calcolato, uno scudo a protezione dei suoi uomini: attirava su di sé la pressione, alzava un argine tra i suoi giocatori e le decisioni arbitrali. In un mestiere spesso dominato dall’ego, quei “cartellini rossi” erano la sua forma più alta di lealtà, un sacrificio pubblico per tutelare lo spogliatoio.
La sua grandezza non nasce da un passato da fuoriclasse. Da atleta fu un onesto terza base, con una breve parentesi in MLB agli Yankees tra il 1968 e il 1969: 628 turni in battuta, media di .225 e 9 fuoricampo. Proprio quella mediocrità statistica contribuì a farne un manager lucidissimo, privo di vanità e totalmente votato al bene collettivo.
Il “comandante gentile” iniziò a delineare il suo capolavoro a Toronto, guidando nel 1985 i Blue Jays alla prima storica qualificazione ai playoff con 99 vittorie, traguardo che gli valse il riconoscimento di Manager of the Year. Fu il suo laboratorio: valorizzazione dei giovani, abbattimento del rumore mediatico, centralità del rapporto umano.
Ad Atlanta quel laboratorio divenne dinastia. Rilevata una squadra ultima nel 1990, nel giro di dodici mesi la condusse a sfiorare il titolo nelle World Series del 1991. Da quel ribaltone prese le mosse un dominio senza eguali nello sport nordamericano: 14 titoli divisionali consecutivi tra il 1991 e il 2005. L’apice arrivò nel 1995 con il trionfo alle World Series, anche grazie a una rotazione di lanciatori entrata nel mito: Greg Maddux, Tom Glavine e John Smoltz.
Proprio Maddux sottolineò come la parola chiave per definirlo fosse “rispetto”: un allenatore che non umiliava mai i suoi atleti. Il suo approccio “old school”, simbolizzato dagli scarpini chiodati che continuava a indossare in panchina, celava una rara finezza nel comprendere le persone.
Restano i numeri di un gigante: 2.504 vittorie in 29 stagioni (quarto di sempre), l’ingresso nella Hall of Fame nel 2014 e il ritiro, da parte dei Braves, del suo numero 6. Dopo i gravi problemi di salute seguiti all’ictus del 2019, l’abbraccio commosso dei tifosi ricevuto lo scorso agosto, nel trentennale del titolo del 1995, ha ribadito una verità più profonda: per Atlanta, Bobby Cox non è stato soltanto un tecnico vincente, ma l’uomo che ha insegnato a una città e a una franchigia chi dover essere.