Attualità
Comiso, Pellai scuote le mamme e i papà: "Lo smartphone prima dei 14 anni è un errore educativo"
Il noto psicoterapeuta ha dato il via ufficiale alla "Scuola per genitori"
All’uscita da scuola ci sono nonni che portano sulle spalle lo zaino dei nipoti adolescenti. “È un gesto che sembra amore – ha spiegato Alberto Pellai – ma così impediamo ai ragazzi di imparare a sostenere il peso della vita”. È partita da questa immagine, semplice ma potentissima, la lectio magistralis con cui il professor Alberto Pellai ha inaugurato lunedì sera a Comiso il progetto “Scuola per Genitori”, trasformando il Teatro Naselli in un grande laboratorio collettivo di riflessione sull’educazione, sulla fragilità delle nuove generazioni e sul rapporto sempre più complicato tra famiglia, tecnologia e crescita emotiva.
Un incontro seguitissimo, partecipato ben oltre le aspettative, che non si è concluso con l’intervento del noto psicoterapeuta dell’età evolutiva e ricercatore dell’Università di Milano. Dopo oltre due ore di relazione, infatti, Pellai è rimasto ancora a lungo sul palco rispondendo alle numerose domande del pubblico: quesiti concreti, pertinenti, spesso carichi di preoccupazioni quotidiane da parte di genitori, insegnanti ed educatori alle prese con adolescenti sempre più fragili, iperconnessi e difficili da raggiungere emotivamente.
Pellai, considerato uno dei massimi esperti italiani di educazione emotiva, ha affrontato senza retorica le grandi emergenze educative contemporanee: dipendenze digitali, smartphone, social network, intelligenza artificiale, perdita dell’empatia, crisi dell’autorevolezza genitoriale e impoverimento delle relazioni reali. “Abbiamo spostato l’esperienza della crescita dal mondo reale al mondo virtuale - ha spiegato - I ragazzi oggi allenano emozioni, relazioni e identità dentro il digitale. Ma il cervello umano non si è evoluto per vivere lì dentro”.
Uno dei passaggi più forti della serata è stato quello dedicato al cosiddetto “ciuccio elettronico”, espressione utilizzata da Pellai per descrivere l’abitudine, sempre più diffusa, di calmare ogni frustrazione infantile consegnando uno schermo ai bambini. “Una volta il bambino imparava a regolare le emozioni dentro la relazione con l’adulto. Oggi basta un telefono, un video, un tablet. Ma così il figlio non impara più a stare dentro il disagio”.
Per Pellai il problema non è demonizzare la tecnologia, ma comprendere che l’età evolutiva necessita di esperienze reali: sguardi, dialoghi, gioco fisico, conflitti, attese, frustrazioni. Tutti elementi che oggi rischiano di essere sostituiti dalla gratificazione immediata prodotta dagli schermi. Il docente ha spiegato con grande efficacia il meccanismo neurologico che regola il comportamento delle nuove generazioni, contrapponendo la “felicità dopaminergica” alla “felicità ossitocinica”. La prima è quella istantanea prodotta da like, notifiche, videogiochi e contenuti social; la seconda nasce invece dai legami umani, dall’affetto, dalla presenza, dalla relazione autentica. “Il nostro cervello – ha spiegato – si è evoluto per cercare ossitocina, cioè felicità relazionale. Ma oggi i ragazzi vengono continuamente catturati dalla dopamina”.
Tra i temi più attesi anche quello dell’età giusta per dare uno smartphone ai figli. Rispondendo a quella che oggi sembra essere “la domanda delle domande”, Pellai ha citato le linee guida della Società Italiana di Pediatria, ribadendo un concetto che ha suscitato grande attenzione in sala: “Niente smartphone personale prima dei 13-14 anni e niente social prima dei 16”. Secondo il professore, la fascia tra i 10 e i 14 anni rappresenta il momento di massima vulnerabilità neurologica rispetto ai meccanismi di dipendenza generati dagli smartphone.
Non meno forte il passaggio dedicato all’intelligenza artificiale. Pellai ha parlato apertamente del rischio di “disumanizzazione” delle nuove generazioni. “Quando un ragazzo chiede all’intelligenza artificiale: ‘Piaccio agli altri?’, ‘Cosa devo scrivere alla ragazza che mi ha lasciato?’, stiamo delegando a una macchina bisogni profondamente umani”. Ma il rischio non è soltanto emotivo. Secondo Pellai, l’AI rischia anche di spegnere il pensiero critico e la fatica della ricerca personale: “La mente cresce affrontando problemi, dubbi, attese. Se ottengo tutto subito, senza sforzo, il cervello smette di allenarsi”.
Molto applaudito anche il passaggio sulla neuroplasticità cerebrale. Pellai ha definito il cervello adolescenziale “un panetto di Das”, morbido e modellabile. “Tra i 14 e i 20 anni il cervello elimina le reti neuronali che non usa. Se un ragazzo passa quattro ore al giorno su Fortnite ma non guarda mai negli occhi una persona reale, i neuroni dell’empatia finiscono per atrofizzarsi”.
Ampio spazio anche al tema del controllo genitoriale e della geolocalizzazione. Pellai ha sconsigliato l’uso ossessivo delle app per monitorare i figli, spiegando che “un genitore deve fare supervisione educativa, non monitoraggio ansioso”. La fiducia, ha detto, si costruisce attraverso regole chiare, dialogo e responsabilità reciproca, non attraverso il controllo continuo del “puntino sulla mappa”.