l'intervista
«Sette donne contro la mafia non solo mogli, ma protagoniste»
Dell’Anno Sevi Francesca Morvillo era una brillante e stimatissima magistrata
«Così è iniziato il mio viaggio a Palermo. Un viaggio in cui ho sentito e ricostruito le voci e le vite di alcune donne che di solito vengono citate a margine dell’uomo personaggio principale. La moglie di… L’agente di scorta di… Relegarle al ruolo di appendice dell’uomo limita ingiustamente la comprensione della loro vera personalità e professionalità, avallando l’idea che solo gli uomini possono essere eroi e meritano per questo di essere ricordati nei libri di storia”.
Giurista, criminologa e scrittrice, Maria Dell’Anno Sevi ha cercato e trovato in Sicilia, a Palermo, le storie – la Storia – per il suo ultimo saggio: “Donne contro la mafia. Protagoniste dimenticate” (Edizioni San Paolo, pp. 202, € 18). Sette le figure scelte a simbolo di chi si ribella a un tragico destino di eterno asservimento della nostra Isola, del nostro Paese, a Cosa Nostra. I loro nomi – così come si susseguono nel libro – sono Francesca Laura Morvillo Falcone, Rosaria Costa Schifani, Tina Mauro Martinez Montinaro, Agnese Piraino Borsellino, Emanuela Loi, Rita Atria, Emanuela Setti Carraro Dalla Chiesa.
Avrebbe potuto seguire un ordine cronologico, invece ha dedicato i primi capitoli alla strage di Capaci e a Francesca Morvillo. Un caso?
«Non è un caso, perché questo libro segue le tappe del mio personale viaggio a Palermo e la prima tappa è stata necessariamente l’autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi a Palermo; qui ho voluto fermarmi a Capaci – con grande perplessità, come racconto, del tassista – per incontrare e ricordare Francesca Laura Morvillo. Ogni 23 maggio Francesca viene citata come la moglie di Giovanni Falcone, ma Francesca era anche e soprattutto una brillante e stimatissima magistrata. Nel libro ricordo soprattutto l’impegno di Francesca presso il Tribunale per i minorenni: parlava sempre con i ragazzi, non si limitava a tenere gli occhi abbassati sui fascicoli del reato, perché era consapevole che per contrastare la mafia non basta la repressione, ma è indispensabile un nuovo modo di pensare e di vivere, una rivoluzione culturale».
La memoria. Tina Montinaro ha scelto di coltivarla mostrando a ragazze e ragazzi in tutta Italia il relitto della “Quarto Savona 15”, l’auto di scorta a Falcone in cui morirono il 23 maggio ’92 Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. Anche un rottame può far paura ai boss?
«Sicuramente, alla mafia fa paura la consapevolezza che possa esistere un modo di vivere diverso. E Tina, dopo quel 23 maggio ha avuto la genialità di trasformare quello che per lo Stato era solo un rottame in una testimonianza di legalità̀ e coraggio, in uno strumento di memoria e di educazione. Instancabile, Tina gira l’Italia – lei dice: ovunque è dove ho cercato di essere in questi anni – con la QS15 raccontando, soprattutto ai giovani e alle giovani, la storia di Antonio, Vito e Rocco, la storia di Francesca e Giovanni, dimostrando che la mafia non li ha fermati e che non ha fermato lei né chi con lei continua a viaggiare».
Donne “contro”. Ci sono, però, anche donne di mafia. Quelle che, per usare le parole dell’ex pm palermitana Teresa Principato, hanno sempre svolto un ruolo essenziale per l’organizzazione: educare ai disvalori mafiosi i figli.
«Nel libro questa presenza appare nella storia di Rita Atria, giovanissima figlia di mafioso e sorella di mafioso che diventa testimone di giustizia per raccontare a Paolo Borsellino, chiamato affettuosamente zio Paolo, ciò che conosceva e aveva sentito in quel contesto familiare. Ma racconto anche che Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani, si rivolse proprio alle donne della mafia dicendo: Voi, mogli, madri, sorelle, figlie dei mafiosi, svegliatevi dal torpore che vi fa accettare tutto questo come ineluttabile. Voi avete nelle vostre mani il destino dei vostri uomini. Salvateli. Salvatevi. Salvateci».
Nelle pagine dedicate ad Agnese Borsellino, lei ricorda la “passeggiata nel futuro di Palermo” che Paolo Borsellino volle fare da solo, senza vettura blindata né agenti al seguito, con la figlia Lucia. Quant’è lontano quel futuro?
«Mi piacerebbe dirle che è vicino, ma non lo credo. Le mafie oggi sono meno visibili, hanno rinunciato alle grandi stragi, ma proprio per questo sono più difficili da contrastare perché inserite nel sistema economico e istituzionale. Certamente il cambiamento deve avvenire innanzitutto nella nostra cultura, ed è proprio per quel cambiamento che tutte le donne che racconto in questo libro e nel mio viaggio si sono impegnate e si impegnano».