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Forestieri di Sicilia

Da Bergamo alle Eolie e sull'Etna seguendo un'intuizione, la scommessa del cuore di Massimo Lentsch: «Qui ho trovato la mia sfida»

Burocrazia, costi elevati, carenza di manodopera e logistica complicata. Il manager esperto d'internazionalizzazione d'impresa racconta il suo cambio di vita e perché continua a investire in Sicilia.

31 Maggio 2026, 17:37

17:47

Da Bergamo alle Eolie e sull'Etna seguendo un'intuizione, la sfida del cuore di Massimo Lentsch: «Qui ho trovato la mia sfida»

Massimo Lentsch

Ordine e caos, rigidità e capacità d’adattamento, regole ed eccezioni, cuore e ragione. Opposti che convivono tutti nei progetti di Massimo Lentsch, imprenditore bergamasco dell’export management folgorato sulla via di Sicilia - prima a Lipari, poi sull’Etna - poco più di 20 anni fa. A vederlo sfrecciare in bici fra i filari di Malvasia che si tuffano nel tramonto, qui a Quattropani, a 350 metri d’altezza, si fa fatica a immaginare il manager austro-orobico trasformato in vignaiolo con mani e piedi nella terra di Lipari.

L’idea di investire a Lipari com’è nata?
«Diciamo che tutto è nato abbastanza casualmente. Cioè l’intenzione non era casuale, ma Lipari è stata casuale. Essendo un grande appassionato di vela, venivo da un viaggio nei Caraibi. A un certo punto a Martinica vedo un cartello su una casa, proprio in riva al mare, con scritto “vendesi”. E mi sono detto: voglio comprare quella casa lì. Poi con la famiglia siamo arrivati a un accordo: magari cerchiamo qualcosa un po’ più vicino rispetto ai Caraibi. E così ci siamo concentrati sull’Italia. Prima siamo andati alle Tremiti, poi alle Eolie in barca a vela. Nel 2000 arriviamo una sera a Porto Pignataro, a Lipari. La mattina prendo il tender, scendo a riva e mi faccio il giro dell’isola. Entro nella piana di Castellaro, percorro una strada di campagna e vedo lo scorcio di Salina, Alicudi e Filicudi. Era una mattina bellissima, con una vigna completamente abbandonata e il resto incolto tutt’intorno. Lì mi sono detto: io qua ci voglio fare vino. Non le so spiegare cos’è successo. Era il 2000».

Un colpo di fulmine...
«Esatto, un colpo di fulmine».

I vigneti di Tenuta Castellaro in località Quattropani a Lipari

E come hanno reagito in famiglia?
«C’è stata l’insurrezione popolare (ride ndr), ma io ormai avevo già deciso. Sono andato in tabaccheria, ho comprato una risma di carta e ho scritto: “Cercasi terreni vitati o da vitare, in vendita o in affitto”. Ho fatto cento fotocopie, ho preso un motorino a noleggio e ho attaccato quel cartello ovunque. Nel pomeriggio ho cominciato a ricevere centinaia di chiamate. Fra i luoghi dove ho lasciato l’avviso c’era il ristorante “Menza Quartara”, la titolare mi guarda e mi dice: “Ma lei è matto? Qui la gente si vende tutto, ci sono terreni incolti, qua c’è il nulla”. Però mi mise in contatto con Gaetano Cassarà, che aveva un terreno. Lui mi disse: “Te lo affitto per vent’anni, però non lo venderò mai, questo posto mi dà energia. Quando ho bisogno di stare da solo, i miei figli sanno che mi troveranno qui”. Io ho risposto: va bene, iniziamo da qua».

Chi ha chiamato per farsi assistere in questa impresa?
«L’enologo più famoso sui terreni vulcanici, Salvo Foti. Viene qui, ci sediamo a un tavolino e mi fa una domanda: “Secondo te c'è bisogno di un altro vino?”. Io gli ho risposto: “Questo non lo so, però io voglio fare il mio”. Poi mi dice: “Tu non ti rendi conto di cosa sia l'isola. È difficile logisticamente, economicamente, le persone sono molto chiuse. Sarà difficilissimo per un imprenditore che viene dal Nord”. E io gli ho risposto: “Più mi rendi la cosa difficile, più mi stimoli. A me le cose difficili piacciono”».

L'avveneristica cantina progetta dall'architetto Michele Giannetti 

E tutto quello che le aveva “predetto” detto Salvo Foti si è rivelato vero?
«Assolutamente sì. Questo è l’ultimo posto dove un imprenditore dovrebbe investire dei soldi per fare vino, sulla carta. È difficilissimo, è costosissimo. Bisogna lottare con l’umidità, con il vento, con il sole, con la logistica. Tutto qui è esasperato. È difficile fare impresa a 360 gradi: sul piano ambientale, commerciale e burocratico. Ma le ho detto, a me le sfide piacciono».

Con i liparoti com’è andata?
«Bene. Per loro rappresento un pazzo, un visionario, un matto».

Ma alla fine è soddisfatto del cambiamento di vita che ha fatto?
«Sì, sicuramente. È stato molto sfidante».

Si è mai pentito?
«Certo, tutti i giorni (ride ndr) No... Lo rifarei comunque».

Del resto ha realizzato quello che voleva...
«Quando dico di essere pentito voglio dire che questo è un mondo estremamente complesso».

E allora perché ha perseverato comprando vigneti anche sull’Etna?
«Me lo domando tante volte. Ma proprio perché ci sono tante difficoltà e poi... È un mondo affascinante e poi ci sono gli Ocm (i finanziamenti regionali del settore vitivinicolo ndr)».

Il suo rapporto con la Sicilia?
«È un bel rapporto. Difficile, ma con un bel contrasto. Io sono cresciuto a Bergamo e lì trovo l’ordine, la disciplina, il rigore. Qui trovo una mentalità diversa. È come vivere due vite. Vengo qui, poi torno su e trovo ambienti completamente diversi. Riesco a portare un po' di ordine qui e un po' di caos là».

Ma alla fine è qualcosa che la rispecchia?
«Sì, mi piace molto».

Cosa ha trovato di positivo nella sua esperienza in Sicilia?
«Intanto il mare. Io sono amante del mare. Poi c'è il sole, c'è il tempo, c'è una qualità della vita diversa. Ma soprattutto ho trovato delle grandissime potenzialità».

Veniamo alle note dolenti...
«Mi infastidisce molto quando vengo definito come l’imprenditore del Nord che ha investito in Sicilia come se fossi il ricco colonizzatore che viene a sfruttare un territorio e basta. Questa cosa mi “pizzica”. Mi dà molto fastidio».

Perché?
«Perché io ho scelto la Sicilia, Lipari, l’Etna, non per dare le chiavi della cantina all’enologo e basta, ho scelto la Sicilia per fare un vino che fosse mio, che mi rappresentasse che parlasse per me laddove io non riesco ad esprimermi. Sto cercando di capire sempre di più questo mestiere. Mi piacerebbe essere io a dire all’enologo cosa fare. Mi manca questo ultimo miglio».

L’Etna perché?

«L’Etna rappresenta la sfida. A me piacerebbe riuscire a entrare nel gruppo di quelli bravi. Quando sono arrivato qui non sapevo fare niente. Sono passati vent’anni. È stata dura, molto dura».

Secondo lei cosa rende attrattiva la Sicilia in questo momento?
«La Sicilia è un brand. È bella. È un posto eccezionale, dalle immense potenzialità».

Che cosa ci manca?
«Il rispetto del territorio in cui si vive. Arrivano persone da tutto il mondo perché il posto è bellissimo, ma spesso l’accoglienza non è all’altezza».

Quindi è un problema di servizi?
«È un problema di cultura. I sei mesi dell’estate diventano un modo per “spremere” quelli che arrivano e basta. Invece bisognerebbe creare le condizioni per far star bene i turisti».

Due cose che farebbe a Lipari?
«Prima di tutto farei una scuola alberghiera d’eccellenza. Bisogna formare i giovani ad amare, rispettare e valorizzare il loro territorio. Qui non sanno servire un vino, non conoscono i prodotti eccezionali, non li sanno spiegare, comunicare. Secondo: spingerei due o tre imprenditori a costruire alberghi di alto livello».

Ill tramonto da Tenuta di Castellaro

Questa narrazione del Sud “locomotiva d’Italia” da imprenditore la condivide?
«Ma il Sud, la Sicilia, ce l’hanno già questo ruolo. Non c'è bisogno di attribuirglielo. La Sicilia ha una potenzialità incredibile che è ancora inespressa. La vedo nei giovani. La vedo entrando in un negozio dei centri storici di Catania o di Palermo, la vedo a Lipari. Sta emergendo una generazione interessante, che ha viaggiato, ha visto il mondo e sceglie di tornare. Spero che abbia la possibilità di esprimersi fino in fondo».

Un luogo del cuore qui a Lipari?
«Una caletta, si chiama Le Torricelle. Pochi la conoscono perché per arrivarci bisogna passare da uno scoglio che fa paura. Ma quando entri è un’oasi».

Alla fine, si sente un po' cittadino di questa regione?
«No. Io mi sento e mi comporto come un forestiero. Ed è giusto che sia così».