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Il caso

Modica e Casa Quasimodo, Barone attacca: "Un falso storico finanziato con soldi pubblici"

"In città si continuano a pettinare le bambole. Una situazione spiacevole"

01 Giugno 2026, 16:21

16:30

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L'interno di Casa Quasimodo

L’intervento del professore Giuseppe Barone, docente universitario, arriva come una frustata in un dibattito che a Modica sembra sempre oscillare tra celebrazioni autoindulgenti e rimozioni collettive. La sua denuncia, scaturita dopo l’intervento dell’on. Ignazio Abbate a Casa Quasimodo e dopo la decisione della Regione, comunicata un mese fa, di acquisire l’immobile con fondi pubblici, mette in discussione non solo l’operazione in sé, ma un intero modo di raccontare — e spesso distorcere — la storia culturale della città. Barone parla di manipolazione sistematica degli eventi e delle tradizioni, un meccanismo che secondo lui si accompagna da tempo allo spreco di risorse pubbliche, e cita la vicenda attuale come esempio di un campionario molto più vasto.

Il nodo centrale è semplice e, per Barone, incontestabile: quella che oggi viene chiamata Casa Quasimodo non è mai stata la casa del Premio Nobel. Lo sanno tutti, insiste, e lo dicono i documenti. Quell’abitazione non ha mai ospitato lo scrittore, nato nei locali della stazione ferroviaria mentre la famiglia era in viaggio verso Roccalumera. Da assessore alla Cultura, tra il 2000 e il 2002, Barone ricorda di aver lavorato con il sindaco Ruta per acquisire con fondi regionali la quadreria e gli abiti indossati a Stoccolma dal poeta, ma di non aver mai perseguito l’acquisto di quella casa, definita senza mezzi termini “fasulla”. A suo dire, la falsa tradizione sarebbe stata alimentata anche dalle scelte di Alessandro Quasimodo, descritto come ambiguo e sprovveduto, che avrebbe svenduto mobili e reperti milanesi privi di qualsiasi legame con Modica, contribuendo così alla costruzione di un racconto turistico basato sulla menzogna. E oggi, aggiunge, si pensa perfino di impegnare altro denaro pubblico su quella che definisce “una casa di nessuno”.

Il professore allarga poi lo sguardo e indica ciò che, a suo giudizio, dovrebbe essere davvero al centro dell’attenzione culturale della città. Accanto alla presunta Casa Quasimodo, ricorda, si trova la vera abitazione di Tommaso Campailla, scienziato cartesiano conosciuto in tutta Europa ma quasi ignorato nella sua Modica. Per Barone, Campailla meriterebbe una Fondazione culturale internazionale e l’acquisto della sua casa da parte della Regione sarebbe un atto dovuto. Invece, denuncia, regna il silenzio: nessuno promuove nulla, le istituzioni pubbliche tacciono per ignoranza e indifferenza, preferendo autolodarsi con comunicati patinati privi di reale dibattito.

Il quadro si fa ancora più cupo quando Barone richiama l’attenzione su ciò che sta accadendo sotto Porta d’Anselmo, nel cuore medievale della città, dove la chiesa rupestre di Santa Venera sta letteralmente crollando, travolta da uno sversamento di acque nere. Un sito unico, come San Nicolò Inferiore, anch’esso bisognoso di cure, eppure lasciato nell’abbandono più totale. È qui che la denuncia diventa un atto d’accusa contro un’intera gestione del patrimonio culturale, incapace — secondo Barone — di distinguere tra autenticità e costruzione artificiale, tra beni reali e narrazioni accomodanti.

Il suo post si chiude con una domanda che suona come un ultimatum civile e culturale: quando Modica smetterà di “pettinare le bambole” e deciderà finalmente di aprire un dibattito serio e competente sulla salvaguardia e sulla fruizione dei suoi veri beni culturali? Quando scienza e sapere prenderanno il posto dell’incuria pubblica? È un interrogativo che non riguarda solo Casa Quasimodo, ma il modo in cui una comunità sceglie di raccontarsi e di custodire — o tradire — la propria storia.