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Ecco perché sull'Etna si registrano le esplosioni laviche: il segreto svelato dagli studiosi
Sono stati effettuati degli esperimenti sul Tajogaite (La Palma) e gli esiti sono veramente sorprendenti
La temperatura del magma è un fattore determinante nel definire la natura delle eruzioni vulcaniche: quando supera un certo limite, il fuso diventa meno viscoso e risale verso la superficie con maggiore rapidità, innescando eventi esplosivi e spettacolari come le fontane di lava, in cui il materiale incandescente può essere proiettato fino a 1.000 metri d’altezza.
A mettere in luce il ruolo cruciale del calore è uno studio internazionale pubblicato su Nature Communications, guidato dall’italiana Barbara Bonechi dell’Università di Manchester.
I risultati potrebbero migliorare l’interpretazione dei dati provenienti dai sistemi di sorveglianza dei vulcani. Per l’Italia hanno contribuito le Università di Camerino e di Milano-Bicocca, la sezione di Catania dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e l’Istituto di Scienza, Tecnologia e Sostenibilità per lo sviluppo dei Materiali Ceramici del Cnr di Faenza.
In laboratorio, il team ha ricreato condizioni analoghe a quelle vulcaniche utilizzando il magma dell’eruzione del 2021 del Tajogaite, sull’isola di La Palma (Canarie).
È emerso che un surplus di calore altera la struttura interna del fuso, ostacolando la formazione dei cristalli.
Alle temperature ordinarie, la cristallizzazione inizia in circa 20 minuti, rendendo il magma più denso e consentendo ai gas di liberarsi con maggiore gradualità.
In caso di surriscaldamento, invece, la nucleazione dei cristalli viene posticipata di circa otto ore, lasciando un materiale estremamente fluido e rapido nella risalita.
«Finora non avevamo compreso appieno le dinamiche della crescita dei cristalli nei magmi che sono stati super-riscaldati poco prima della risalita», osserva Bonechi.
«Gli attuali modelli di rischio vulcanico si concentrano in genere sulla chimica del magma, sul contenuto di gas e sulle variazioni di pressione», aggiunge l’italiana Margherita Polacci, coautrice dello studio e docente all’Università di Manchester: «Questo lavoro suggerisce che anche la storia termica potrebbe svolgere un ruolo importante, con implicazioni per la valutazione del rischio vulcanico».