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Attualità

Vittoria, quando la mafia uccise Salvatore Incardona

Accadde oggi 37 anni fa. Fu un grande esempio di resistenza e di testimonianza civile

09 Giugno 2026, 20:00

Vittoria, quando la mafia uccise Salvatore Incardona

Salvatore Incardona

Accadde oggi, 9 giugno 1989. A Vittoria, la mafia decise che un uomo onesto doveva morire.

Salvatore Incardona, presidente della cooperativa Agriduemila, venne freddato davanti casa, in auto, da killer armati di fucili a pompa. Aveva osato ciò che in quegli anni, nel cuore del mercato ortofrutticolo più grande del Sud Italia, pochi avevano il coraggio di fare: rifiutarsi di pagare il pizzo e denunciare apertamente il sistema di estorsioni che strangolava gli imprenditori.

Davanti al giudice Michele Duchi, figura leggendaria della Procura iblea, Incardona raccontò tutto: nomi, meccanismi, complicità. “Le rogne sono inevitabili — una in più o in meno non fa differenza. Pagando, diventano perpetue.” Parole che oggi suonano come un testamento civile, il manifesto di chi credeva che la legalità non fosse un lusso, ma un dovere.

La sua denuncia, la volontà di costituire un’associazione antiracket e di spingere i colleghi a ribellarsi, gli costarono la vita. I mandanti — i fratelli Carbonaro e Carmelo Dominante — ordinarono l’esecuzione. Ma la responsabilità morale, come scrisse il giornalista d'inchiesta Giuseppe Bascietto, ricade anche su chi scelse di tacere: “Forse i colleghi di Incardona, che con la loro codardia e ignavia lo hanno isolato, sono peggiori di coloro che lo hanno ucciso.”

Salvatore Incardona lasciò moglie e quattro figli, tra cui Carmelo, allora venticinquenne, destinato a diventare avvocato, deputato regionale e assessore. La sua morte segnò una svolta: da quel giorno, Vittoria non poté più fingere di non sapere.

Nella sentenza di condanna dei mandanti e degli esecutori, i giudici scrissero che “la figura di Salvatore Incardona è tra i più fulgidi esempi di resistenza all’ingiustizia e di opposizione alla sopraffazione”.

A distanza di trentasette anni, la sua storia resta un monito e un simbolo. Un uomo solo contro il racket, che pagò con la vita la scelta di non piegarsi. A lui, nel 1998, Vittoria ha dedicato una strada. Un gesto tardivo, ma necessario, per ricordare che la Sicilia migliore è quella che non si arrende.