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clima

L'enigma del "Cold Blob": l'oceano che si raffredda in un pianeta che brucia

A sud-est della Groenlandia una macchia fredda sfida il riscaldamento globale. Ma non è un'anomalia meteo: è il sintomo preoccupante di una frenata delle correnti atlantiche

12 Giugno 2026, 20:14

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L'enigma del "Cold Blob": l'oceano che si raffredda in un pianeta che brucia

C’è un angolo dell’oceano che sembra sfidare la logica del riscaldamento globale. Mentre i mari del pianeta accumulano calore a un ritmo senza precedenti, un’ampia porzione dell’Atlantico subpolare, tra Groenlandia e Islanda, continua ostinatamente a raffreddarsi. Gli scienziati la chiamano North Atlantic Warming Hole, o più confidenzialmente “cold blob”: una tasca gelida incastonata in un mare che si riscalda.

Per anni questa macchia anomala è stata considerata quasi una curiosità climatica, spingendo parte della comunità scientifica a indagare il ruolo di venti e copertura nuvolosa. La realtà emersa di recente è però tutt’altro che rassicurante: il “cold blob” non smentisce il riscaldamento globale, ne incarna anzi uno dei più evidenti effetti collaterali. Uno studio pubblicato nel maggio 2026 su Geophysical Research Letters indica che il raffreddamento dell’area non dipende da una dispersione improvvisa di calore verso l’atmosfera, né può essere attribuito ai venti. La causa risiede piuttosto in un deficit di alimentazione dall’interno dell’oceano: come ha spiegato il team guidato da Stefan Rahmstorf, le correnti stanno trasportando meno calore verso nord.

Una conclusione che conferma quanto già ipotizzato da una ricerca del 2025 apparsa su Communications Earth & Environment: non è il mare a cedere più calore all’aria, è la circolazione oceanica a veicolarne di meno.

Questa singolarità termica è l’impronta digitale di un processo di scala planetaria: l’indebolimento dell’AMOC (Atlantic Meridional Overturning Circulation). Per comprendere l’AMOC si può immaginare un gigantesco nastro trasportatore: in superficie, masse d’acqua calda scorrono verso nord; alle alte latitudini si raffreddano, aumentano di densità, sprofondano e tornano a sud nelle profondità. Questo “termosifone” è cruciale per mantenere mite il clima europeo e per la stabilità dell’intero sistema climatico.

Oggi, però, questo meccanismo mostra segnali di crisi a causa della fusione dei ghiacci della Groenlandia. L’afflusso di enormi volumi di acqua dolce rende le acque superficiali meno salate e dunque meno dense. Se l’acqua non è abbastanza pesante da sprofondare, l’ingranaggio rischia di incepparsi.

Che cosa accadrebbe se l’AMOC dovesse cedere? È bene sgomberare il campo dalle suggestioni cinematografiche: una repentina “era glaciale” in Europa non è alle porte. Il IPCC (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico) giudica molto improbabile un collasso totale entro il 2100, pur ritenendo molto probabile un indebolimento lungo il corso del XXI secolo. Gli impatti concreti, tuttavia, sarebbero enormi e ben più articolati di una semplice ondata di freddo sul Vecchio Continente.

Il rallentamento dell’AMOC innescherebbe un riassetto climatico globale: modifiche ai regimi delle piogge tropicali essenziali per l’agricoltura, sconvolgimenti degli ecosistemi marini, fino a un innalzamento anomalo del livello del mare lungo la costa orientale degli Stati Uniti.

Misurare variazioni tanto sottili e distribuite su tempi lunghi non è agevole. La rete di monitoraggio diretto a 26,5°N (RAPID) è operativa solo dal 2004, fornendo una serie storica ancora breve rispetto ai ritmi naturali del pianeta. Eppure, incrociando osservazioni, modelli e indicatori indiretti, il segnale emerge con chiarezza crescente.