il personaggio
Il formaggio, i vermi e la ricerca della verità: l'eredità del maestro della microstoria
Dalla voce del mugnaio Menocchio all'analisi dell'Inquisizione, si è spento a 87 anni Carlo Ginzburg lo storico che ha rivoluzionato l'approccio alla verità nel Novecento
Si è spento a Bologna all’età di 87 anni, Carlo Ginzburg, figura centrale della cultura europea. Non soltanto uno degli storici più influenti del secondo Novecento, ma un intellettuale che ha trasformato il modo di interrogare il passato, insegnando a cercare la verità non nelle narrazioni dei vincitori o nei grandi eventi, bensì nelle tracce minute, nelle esistenze marginali, nei fascicoli dimenticati.
Nato a Torino il 15 aprile 1939, figlio di Leone e Natalia Ginzburg, è cresciuto nel cuore di quella che fu tra le più alte espressioni morali e intellettuali dell’Italia del secolo scorso. La morte del padre, eroe dell’antifascismo, nel carcere di Regina Coeli nel 1944, impresse in lui una severa “disciplina dello sguardo”, alimentando una costante diffidenza verso le versioni comode o troppo lineari della storia.
Formatosi alla Scuola Normale Superiore di Pisa e al Warburg Institute di Londra, lo studioso ha poi insegnato in atenei di primo piano, da Bologna a Harvard, da Yale a Princeton, fino a essere eletto socio nazionale dell’Accademia Nazionale dei Lincei.
La sua vocazione internazionale è attestata dalla diffusione dei suoi libri, tradotti in un ventaglio di lingue che oscilla tra le venti e le trenta.
Il suo nome resta indissolubilmente legato alla “microstoria”, l’approccio storiografico nato negli anni Settanta che sposta lo sguardo dalle astrazioni statistiche ai conflitti vissuti e alle biografie concrete. Con straordinaria perizia, Ginzburg ha mostrato come frammenti circoscritti possano diventare osservatori privilegiati per comprendere fenomeni vasti: rapporti di potere, culture popolari, dispositivi del controllo sociale. Emblema di questo metodo è Il formaggio e i vermi (1976), in cui la vicenda di Menocchio, mugnaio friulano processato dall’Inquisizione per le sue idee, diventa chiave di accesso allo scontro tra oralità popolare e cultura erudita, imponendosi come un classico mondiale.
Determinante fu anche l’elaborazione del suo “paradigma indiziario”, teorizzato in Miti, emblemi, spie (1986): la conoscenza procede spesso per segni minimi, indizi e sintomi che, se sottoposti a rigorosa verifica, consentono deduzioni solide. Questo interesse per il rapporto tra indizio, prova e verità lo condusse a varcare i confini della storiografia, dialogando con la giustizia contemporanea, come nel saggio Il giudice e lo storico, dedicato al caso Sofri.
Fino all’ultimo – come attestato da un’intervista a Sociologica pubblicata nel 2026 – ha difeso la centralità delle prove storiche contro le derive del relativismo e della post-verità.
Ginzburg non fu studioso confinato ai testi: esploratore instancabile di immagini e simboli, intrecciò il proprio lavoro con la storia dell’arte in opere come Indagini su Piero (1981), dimostrando che ogni disciplina può dialogare con le altre, purché sorretta da un intransigente rigore filologico.
La sua prosa densa e l’energia narrativa, capaci di ridare vita ai documenti, conquistarono non solo storici, ma anche filosofi e scrittori. Insignito di prestigiosi riconoscimenti internazionali – dall’Aby Warburg Prize al Premio Balzan – e di un numero impressionante di lauree honoris causa, prossimo a quota 23, il suo lascito più profondo non coincide con le onorificenze.
Carlo Ginzburg ha consegnato alle scienze umane un nuovo lessico – “microstoria”, “traccia”, “paradigma indiziario” – e un’inesauribile “officina di problemi”, scegliendo di non fondare un catechismo, ma di insegnare come porre domande migliori.