Aggiungi La Sicilia come fonte preferita English Version Translated by Ai
19 giugno 2026 - Aggiornato alle 20:15
Aggiungi La Sicilia come fonte preferita su Google
×

Attualità

Ragusa e il sacerdote che ha benedetto i maturandi la mattina prima delle prove scritte

Don Franco Ottone ripete un rito che nel corso degli anni ha riscosso grande attenzione

19 Giugno 2026, 16:23

16:30

Ragusa e il sacerdote che ha benedetto i maturandi la mattina prima delle prove scritte

Il sacerdote don Franco Ottone e i maturandi

Ragusa ha visto ancora una volta la chiesa di San Pio X aprirsi all’alba per accogliere i maturandi, in un momento che negli anni è diventato un rito di passaggio, un gesto di vicinanza e di cura. Don Franco Ottone, parroco emerito, ha ricevuto i ragazzi prima della prima prova, offrendo loro una colazione semplice, un cornetto, un sorriso, una parola detta quasi sottovoce, una benedizione e una penna con la scritta “Dio ti benedica”, mentre fuori la città cominciava appena a svegliarsi e le scuole, a pochi passi dalla parrocchia, si preparavano ad accoglierli per l’esame più atteso.

Don Franco ha ricordato che qualcuno potrebbe considerare questi gesti come cose piccole, quasi scontate, ma il cuore sa che le cose più grandi di Dio passano spesso attraverso la semplicità. E proprio una delle tracce della prima prova parlava di stupore e meraviglia. Per questo, rivolgendosi ai giovani, ha confidato che ciò che continua a stupirlo, dopo tanti anni di sacerdozio, non sono i grandi eventi o i grandi successi, ma loro: i loro occhi che guardano il futuro con timore e speranza, le paure nascoste dietro un sorriso, le domande, le inquietudini, i sogni, la capacità di rialzarsi dopo una delusione, la voglia di amare, di cercare la felicità, di credere che la vita possa essere bella, perfino quella spensieratezza che gli adulti spesso perdono e che invece è un dono prezioso.

Richiamando le parole di Don Bosco“Mi basta che siate giovani perché io vi ami” – ha spiegato come ogni anno comprenda sempre di più la verità di quella frase. Ha amato i ragazzi quando erano bambini e li ama mentre diventano uomini e donne, li ha amati nei corridoi della scuola, nelle aule, in parrocchia, durante un incontro, una confessione, una chiacchierata improvvisata, nei momenti di gioia e in quelli di sofferenza, nella fede e nel dubbio, nella forza e nella fragilità. E ha voluto dirlo apertamente: la forza più grande della sua vita l’ha ricevuta dai giovani, più che dai libri, dai titoli, dai riconoscimenti, più di tante persone che, per logica umana, avrebbero dovuto sostenerlo. Dai loro occhi ha imparato a sperare, dalle ferite a pregare, dalle lacrime a comprendere, dai sorrisi a ringraziare, dalla loro presenza a non arrendersi.

Per questo, ha detto, quando prepara una colazione alle sette e mezza del mattino non sta facendo un favore a loro, ma sta ricevendo un dono. Ogni volta che li incontra, Dio rinnova in lui la gioia di essere sacerdote; ogni volta che li guarda, ricorda perché ha detto il suo “sì”; ogni volta che li vede partire verso il futuro, ritrova il coraggio di credere che il bene è ancora possibile.

Il suo messaggio finale è stato un invito a custodire la luce che portano dentro, a difendere i sogni, a non perdere la capacità di stupirsi davanti alla bellezza, all’amicizia, all’amore, alla fede, alla vita, perché un cuore che non si meraviglia più è un cuore che lentamente smette di vivere. Ha confidato di essere un uomo felice, un sacerdote felice, anche grazie a loro: le loro lacrime e i loro sorrisi, le preoccupazioni e le speranze, la forza e la gioia. E ha concluso ringraziando Dio per il dono immenso di averlo messo accanto ai giovani, con l’affetto di un padre, di un amico e di un sacerdote.