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il lutto nella musica

Ci lascia a 94 anni l'uomo dall'orecchio d'oro che ha inventato il pop moderno

Addio a Clive Davis, lo storico discografico che scoprì Whitney Houston e Bruce Springsteen, cambiando per sempre la storia della musica americana

22 Giugno 2026, 20:00

20:10

Ci lascia a 94 anni l'uomo dall'orecchio d'oro che ha inventato il pop moderno

L’industria musicale perde il suo architetto più longevo e influente. Clive Davis, il leggendario dirigente capace di trasformare una voce in un’icona globale, è morto a 94 anni nel suo appartamento di Manhattan. La notizia è stata confermata dalla famiglia attraverso la sua storica portavoce, Aliza Rabinoff. Solo pochi mesi fa era stato ricoverato per un problema alle alte vie respiratorie, dal quale sembrava essersi ripreso.

Con la sua scomparsa non se ne va soltanto un manager di successo: si chiude un capitolo essenziale della cultura popolare del Novecento.

I figli lo hanno ricordato con parole solenni, definendolo un uomo la cui visione, il cui istinto e la cui ricerca incessante dell’eccellenza hanno contribuito a dare forma alla colonna sonora di innumerevoli vite.

Era dotato di quello che l’industria battezzò "golden ear" (orecchio d’oro), Davis non fu mai un semplice burocrate di etichette. È stato un autentico “repertorista” e un “regista invisibile”, capace non solo di individuare i talenti da mettere sotto contratto, ma anche di scegliere i brani giusti e costruire attorno all’artista un’immagine coerente e vincente.

La sua parabola ha il respiro del grande romanzo americano. Nato a Brooklyn nel 1932 in un contesto familiare modesto, si laureò in giurisprudenza ad Harvard grazie alle borse di studio.

Entrato alla Columbia Records all’inizio degli anni Sessanta come avvocato interno, scalò rapidamente i vertici dell’azienda, contribuendo al lancio di artisti come Bruce Springsteen, Billy Joel e i Chicago.

Dopo una rottura traumatica con la Columbia nel 1973, seppe rinascere fondando l’anno successivo la Arista Records. Fu qui che il suo mito si consolidò definitivamente: sotto la sua guida fiorirono carriere come quelle di Aretha Franklin, Patti Smith e Barry Manilow.

Il nome di Clive Davis resta però indissolubilmente legato a quello di Whitney Houston. Fu lui a scoprirla giovanissima e a trasformarla in una delle interpreti più vendute della storia del pop. Quel rapporto rappresenta l’apice della sua carriera, ma anche una delle ferite più profonde, segnata dalla morte della cantante nel 2012, poche ore prima del celebre gala pre-Grammy da lui organizzato.

Un episodio che mise in evidenza anche i limiti del suo ruolo: la capacità di costruire un impero musicale non bastava a proteggere gli artisti dalle loro fragilità personali.

Davis non fu soltanto un talent scout, ma anche un maestro nel rilanciare carriere che il mercato dava per finite. Emblematico il clamoroso ritorno di Carlos Santana con l’album Supernatural nel 1999, che fece incetta di Grammy.

La sua longevità professionale ha dell’incredibile: sopravvissuto al passaggio dal vinile alla radio FM, fino all’era dello streaming e dei social, è rimasto un punto di riferimento assoluto. Negli anni ha fondato la J Records e ha continuato a ricoprire incarichi di vertice in Sony Music.

Oltre ai trionfi commerciali, il suo lascito culturale è profondo. Nel 2025 l’Apollo Theater gli ha conferito il Legacy Award, riconoscendolo come il dirigente “bianco” dell’establishment che più ha investito con continuità sugli artisti afroamericani, portandoli al centro del mainstream globale.

A 94 anni, Clive Davis lascia un vuoto incolmabile: si chiude l’epoca in cui il giudizio e l’orecchio di un solo uomo potevano cambiare il destino della musica