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astronomia

C'è stata vita su Marte? Il carbonio di Bright Angel riapre il caso

Il rover Perseverance ha individuato macromolecole organiche nell'antico cratere Jezero. Non è la prova definitiva, ma i segnali di un possibile passato biologico si moltiplicano.

24 Giugno 2026, 20:41

C'è stata vita su Marte? Il carbonio di Bright Angel riapre il caso

C'è un angolo di Marte in cui il consueto rosso ossidato cede il passo a affioramenti più chiari, capaci di mettere in discussione l’immagine di un pianeta inerte. In un antico alveo fluviale, Neretva Vallis, sul margine occidentale del cratere Jezero, il rover Perseverance della NASA ha individuato carbonio macromolecolare (MMC) all’interno di complesse formazioni geologiche, un riscontro che induce a guardare al Pianeta Rosso con rinnovato interesse.

La scelta del sito non è casuale. Jezero, un bacino dal diametro di 45 chilometri, in passato ospitava un lago alimentato da corsi d’acqua e da un delta. È proprio l’ambiente fluvio-lacustre in cui sedimenti fini, limi e argille si depositano in acque tranquille, formando perfetti “archivi naturali” capaci di preservare composti organici per miliardi di anni.

Grazie allo strumento SHERLOC, dotato di laser ultravioletto e tecniche spettroscopiche, Perseverance ha riconosciuto nell’area denominata Bright Angel segnali Raman e bande G che indicano la presenza di materiale organico complesso.

Gli scienziati, però, invitano alla prudenza: in chimica planetaria, “organico” non è sinonimo di “biologico”. Come sottolinea Ashley Murphy del Planetary Science Institute, molecole a base di carbonio possono formarsi per molte vie: dall’alterazione termica di materiali preesistenti alle reazioni acqua–roccia, fino all’apporto da meteoriti.

L’interesse è accresciuto dal contesto mineralogico in cui il carbonio è stato riscontrato. Tra il 2024 e il 2025, in una roccia dell’area battezzata Cheyava Falls (circa 1 metro per 0,6), il rover ha rilevato una combinazione insolita: carbonio organico, zolfo, fosforo, ferro e “macchie leopardate” millimetriche. Sulla Terra, tali zonazioni minerali e fronti di reazione redox sono spesso associati a processi biogeochimici e a comunità microbiche fossilizzate che sfruttano proprio queste reazioni come fonte di energia.

Il quadro si fa più articolato. Nell’aprile 2026 la NASA ha annunciato che anche Curiosity, nel cratere Gale a oltre 3.200 chilometri di distanza, ha individuato 21 molecole carboniose in rocce argillose, 7 delle quali mai osservate prima su Marte.

Inoltre, uno studio pubblicato nel 2026 su Nature Communications ha segnalato forti arricchimenti di nichel a Neretva Vallis, prova di un antico sistema sedimentario pervaso da fluidi e da reazioni chimiche complesse e prolungate.

Non si tratta più soltanto di rintracciare una singola molecola, ma di ricostruire interi ambienti in grado di fornire energia, elementi chiave e capacità di conservazione nel tempo: caratteristiche che Bright Angel sembra possedere in pieno.

Dunque, abbiamo trovato la vita su Marte? La risposta è no, o quantomeno non ancora. La sfida è soprattutto tecnologica. Come spiega Kyle Uckert del Jet Propulsion Laboratory, gli strumenti di Perseverance sono stati progettati per individuare rocce “compellenti”, non per stabilirne in modo definitivo l’eventuale origine biologica. Per distinguere con certezza un processo geologico da uno biologico occorrono analisi isotopiche raffinate e studi ad altissima risoluzione, impossibili da effettuare con un rover a milioni di chilometri di distanza.

Il valore di questo risultato, quindi, sta nell’aver identificato il bersaglio giusto. Un campione in particolare, denominato Sapphire Canyon, è stato prelevato con l’obiettivo di essere riportato un giorno sulla Terra. Solo allora, nei laboratori più avanzati, potremo forse chiudere il “caso Bright Angel” e capire se Marte, miliardi di anni fa, sia stato davvero un mondo vivo.