leggenda o verità?
Quando il cellulare ti salva la vita: dentro l'algoritmo che anticipa il sisma (che in Italia non c'è)
Non servono strumenti costosi, i nostri telefoni sono diventati sismografi globali. Ma la tecnologia ha ancora una "zona cieca" fatale. Le spiegazioni dell'INGV
Dopo il devastante terremoto che ha colpito il Venezuela mercoledì scorso sui social è rimbalzata con rapidità la voce di notifiche sismiche arrivate sugli smartphone pochi istanti prima che il suolo iniziasse a scuotersi. Ma è davvero possibile “prevedere” un sisma con il telefono?
La risposta è no e il perché ce lo spiega l'INGV: non si tratta di previsioni, bensì di un allarme trasmesso a evento già in corso. Il meccanismo funziona, ma entro limiti scientifici e tecnici che vanno compresi.
Il principio dei sistemi di allerta rapida dei terremoti (Earthquake Early Warning System, l’allerta rapida EEWS ) è una corsa contro il tempo tra la propagazione delle onde sismiche e la trasmissione dei dati. Quando una faglia si rompe, il processo dura decine di secondi e genera due onde principali: le P, più veloci ma meno distruttive, e le S, più lente e responsabili dei danni maggiori. I sensori più vicini all’epicentro intercettano per prime le onde P; algoritmi dedicati stimano in pochi istanti la magnitudo e diffondono un avviso tramite la rete. Resta tuttavia un compromesso inevitabile: la “zona cieca”, ossia l’area immediatamente sopra la rottura, dove l’intervallo tra l’origine del sisma e l’arrivo delle scosse è troppo breve per garantire un preavviso utile.
Nel caso venezuelano, l’allarme non è stato innescato da una fitta rete di sismometri professionali, ma dagli smartphone Android dei cittadini. La tecnologia sviluppata da Google, oggi attiva in 98 Paesi e potenzialmente in grado di raggiungere 2,5 miliardi di persone, sfrutta i minuscoli accelerometri integrati nei telefoni. Pur essendo meno accurati degli strumenti scientifici, questi sensori sono compensati dal numero: milioni di dispositivi in un’area creano una rete capillare che invia in tempo reale una massa di dati a un centro di elaborazione, da cui parte la notifica (Android Earthquake Alerts).
Ha funzionato davvero in Venezuela? L’efficacia è stata a luci e ombre. L’evento ha mostrato una dinamica complessa: due scosse ravvicinate, di magnitudo 7.2 e 7.5, separate da soli 39 secondi, con la rottura che si è propagata per circa un minuto e mezzo verso est, in direzione di Caracas. Il sistema di Google ha avvisato numerosi utenti prima dell’arrivo delle scosse più intense in aree distanti, come a Curaçao (circa 300 km dall’epicentro) e in località poste a 120 km. Ha però commesso un errore rilevante nella stima iniziale, valutando la magnitudo a 6.2, cioè un’energia circa 90 volte inferiore a quella reale. Nonostante questo limite, il preallarme ha offerto secondi preziosi per allontanarsi da vetri, mettersi in posizione di sicurezza o prepararsi psicologicamente, contribuendo a contenere il panico.
Mentre sistemi analoghi sono in fase di sperimentazione anche in Italia — dove la tecnologia di Google non risulta ancora attiva — gli esperti dell’INGV invitano alla prudenza. Disporre di 10–20 secondi di anticipo non basta se ci si trova in edifici vulnerabili. L’allerta rapida è uno strumento utile di mitigazione, ma la prevenzione autentica passa dall’adeguamento sismico del patrimonio edilizio, che rimane la prima e fondamentale linea di difesa.