Sicilia secondo me
Francesco Benigno: «Basta con i luoghi comuni questa terra sta cambiando»
Lo storico siciliano oggi docente alla Normale di Pisa: «Difendere e valorizzare la propria identità in congiunzione con l’Italia e l’Europa»
«La Sicilia, secondo me? Un posto storico, straordinariamente storico, come pochi in Europa. Questo significa fra l’altro avere una propria identità, che non vuol dire andare contro l’identità nazionale ma che bisogna provare a rivendicarla in congiunzione con l’Italia. E con l’Europa. Perché oggi non credo che si possa più vivere senza Europa».
Figlio di Trinacria “prestato” alla più prestigiosa istituzione universitaria italiana, la Scuola Normale di Pisa in cui insegna Storia Moderna, Francesco Benigno mostra le radici profonde, magnifiche, di un popolo - il nostro - che ha futuro, malgrado tutto. «Senza dimenticare le negatività, proviamo a guardare ciò che c’è di positivo - esclama - È vero, ad esempio, che molti giovani vanno via ma succede anche altrove e, comunque, è un bene che viaggino. A volte tornano e, quando lo fanno, portano con sé uno stare al mondo che oggi è molto più moderno rispetto a cinquant’anni fa. L’interscambio adesso è più fitto, più aperto».
Spopolamento, desertificazione. La rotta del declino può sempre essere invertita?
«Sono componenti, sono rischi, che esistono anche altrove. Ci sono, però, altri elementi che vanno messi a fianco di quelli. Per la prima volta - invita a osservare Benigno - non c’è più la Sicilia come quintessenza di un Mezzogiorno degradato. Ricordiamoci che un tempo nella narrazione della Lega il Mezzogiorno era qualcosa di cui bisognava necessariamente liberarsi, oggi non è più così. Ci sono invece regioni che hanno aspetti negativi e positivi, come in tutte le parti del mondo. In Sicilia, ad esempio, negli ultimi quindici anni v’è stata una crescita piuttosto significativa di tessuti imprenditoriali, spesso anche molto evoluti. Alcuni dati macroeconomici testimoniano che il Sud non è solo negatività, il Nord solo positività. È un discorso più complesso. Dobbiamo imparare a guardare i fatti con libertà, con spensieratezza, non ripetendo luoghi comuni».
Nato a Palermo, studi a Catania, prima cattedra da associato a Messina. Domanda d’obbligo con un curriculum così: di quante Sicilie è fatta la Sicilia?
«Diverse. Effettivamente ci sono differenze e queste non esistono soltanto tra città e città. È una realtà molto complessa e varia, non è unificata. Esiste una pluralità e risulta, poi, molto difficile segnare i punti di queste differenze, perché sono tanti».
Lei ha ripetutamente sottolineato il valore, la forza, di una grande “esclusa”: la memoria storica. Recuperarla quanto servirebbe alla nostra Isola in questo contesto di ripresa possibile e di narrazione aldilà dei luoghi comuni?
«La memoria storica riguarda tutti, è un patrimonio. La Sicilia è una delle regioni in Italia con il maggior portato storico-artistico, che è uno dei sostegni fondamentali per il turismo. La conoscenza serve a dare a questo patrimonio un significato e una comprensione, in qualche modo dovuti rispetto a ciò che la rende così attrattiva».
Un patrimonio poco sfruttato, specie quando è tempo di impedire che gli errori si ripetano?
«Non riguarda soltanto la Sicilia, però. Diciamo comunque che, rispetto a quanto io stesso ho vissuto, una cosa segna il clima culturale di oggi: la fine dell’eccezionalismo. Era l’idea che il male fosse accentrato in alcuni posti, tra cui la Sicilia. Sappiamo adesso che ovunque è condiviso con il bene e che, comunque non va mitizzato e fissato per sempre. Anche se dev’essere sempre combattuto e mai nascosto».
A proposito di male. La casa editrice “Il Mulino” ha annunciato per il 30 settembre l’uscita di “Popolo criminale!”, il suo nuovo libro. Si parlerà anche di mafia, come già fece con “La mala setta”?
«No, non parlo di mafia ma c’è un capitolo sulla camorra e metto a confronto la figura del camorrista con altre che tra ’700 e ’800 in Europa nascono come soggetti popolari. Ci sono i sanculotti, i lazzaroni e anche i thug nell’India inglese. Hanno tutti la caratteristica comune di non avere alcun testo in cui sono loro a parlare di sé stessi, vengono sempre raccontati da altri. Il libro è proprio su questo racconto».
Per parafrasare il titolo di uno dei suoi saggi, siamo ancora l’Isola dei viceré?
«Se è per questo, noi siamo stati per un certo periodo pure un’Isola di forze che non accettavano i viceré. Ad ogni modo, è presente un vizio di subalternità della classe politica siciliana dovuto a un tornaconto che è figlio del sistema di potere e che esisteva anche prima. Non è una novità. Preferiscono mettersi al seguito di qualcuno, piuttosto che portare avanti esigenze e interessi regionali».
Lei è stato allievo di Giuseppe Giarrizzo. Un genio, anche nella polemica.
«Ricordo le tantissime cose scritte da Giarrizzo su questo quotidiano e quei commenti mi sono serviti per capire qualcosa del suo punto di vista su molte questioni. Era legatissimo a Catania, dove scelse di restare benché in una fase della sua carriera avesse avuto la possibilità di andare a Roma. Lo impegnò moltissimo il recupero del Monastero dei Benedettini. Per Catania, forse anche per l’intera Sicilia, è l’opera di restauro più importante ed è stato lui a portarla avanti».