la protesta
La precarietà uccide la ricerca: precari Cnr di Palermo e Catania fanno sentire il loro disagio per mancate stabilizzazioni e fondi
I Precari Uniti CNR in mobilitazione nazionale: dalla protesta silenziosa e dal flash mob agli slogan
Una mobilitazione nazionale per denunciare una situazione che, secondo i lavoratori, rischia di compromettere il futuro della ricerca pubblica italiana. Oggi i Precari Uniti CNR di Palermo e Catania si sono uniti simbolicamente ai colleghi per una manifestazione di protesta silenziosa. Lo slogan scelto, "La precarietà uccide la ricerca", sintetizza il messaggio che ricercatori, tecnologi, tecnici, amministrativi e personale di supporto intendono lanciare alle istituzioni: senza un piano di stabilizzazione e finanziamenti strutturali, il sistema rischia di perdere competenze costruite in anni di attività scientifica.
L'obiettivo è richiamare l'attenzione sul fenomeno del precariato che, secondo le stime del movimento, coinvolge circa 4.000 lavoratrici e lavoratori, pari a quasi un terzo dell'intero personale dell'ente pubblico di ricerca. Nelle sedi di Palermo e Catania un centinaio sono precari. Alcuni hanno già concluso il proprio contratto, mentre altri rischiano di perderlo nei prossimi mesi, con possibili ripercussioni sull'attività dei laboratori e dei progetti di ricerca.
"Non stiamo difendendo solo posti di lavoro"
La protesta punta a spostare il dibattito oltre la questione occupazionale. «Non stiamo difendendo soltanto il nostro posto di lavoro, ma il patrimonio di competenze costruito in anni di ricerca pubblica», spiegano i promotori della mobilitazione. Secondo il movimento, ogni contratto che termina senza una prospettiva di stabilizzazione rappresenta la perdita di professionalità altamente specializzate, formate grazie agli investimenti pubblici e ai progetti finanziati anche con le risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). «Quando un ricercatore precario lascia il Cnr non si perde solo una persona, ma anni di esperienza, conoscenze scientifiche e investimenti sostenuti dal Paese», sostengono gli organizzatori.
I numeri delle stabilizzazioni
Al centro della protesta c'è anche il tema dell'applicazione dell'articolo 20 del decreto legislativo 75 del 2017, la norma che disciplina i percorsi di stabilizzazione nella pubblica amministrazione. Secondo i dati diffusi dal movimento, finora sono stati stabilizzati 185 lavoratori sui 691 aventi diritto. Restano inoltre in attesa coloro che potrebbero accedere ai concorsi riservati previsti dal secondo comma dello stesso articolo, procedure che, denunciano i lavoratori, non sarebbero ancora state avviate. Per questo i precari chiedono un'accelerazione delle procedure e un piano straordinario che consenta di superare definitivamente il ricorso sistematico ai contratti a termine.
La ricerca raccontata con un flash mob simbolico
Le iniziative utilizzeranno un linguaggio fortemente simbolico. Davanti alle sedi del CNR saranno esposti manichini con il camice bianco da laboratorio e cartelli con scritte come "Ricercatore precario", "Ricerca italiana" e "Futuro della ricerca". L'intento è rappresentare visivamente il rischio di una ricerca che vive grazie a finanziamenti temporanei e personale precario, senza una programmazione di lungo periodo.
L'allarme: "Così si disperde il patrimonio scientifico del Paese"
Per i promotori della mobilitazione il problema riguarda direttamente il futuro dell'innovazione italiana. «La precarietà non mette a rischio soltanto i lavoratori, ma la capacità del Paese di fare ricerca, produrre innovazione e affrontare le grandi sfide scientifiche dei prossimi anni», affermano. Secondo il movimento, la perdita di migliaia di ricercatori significherebbe disperdere competenze costruite nel tempo e rallentare lo sviluppo di progetti strategici in numerosi settori, dalla salute all'ambiente, dall'intelligenza artificiale alle nuove tecnologie.
Il racconto
Tra i cervelli in fuga dall'Italia che hanno deciso di tornare nella propria terra c'è anche Roberto Pagano che ha vinto un bando. Per lui hanno di lavoro e dopo tanto impegno vuole mettere un punto fermo nella propria vita.
"Aspetterò ancora un anno - dice con il magone in gola - se questa situazione non dovesse cambiare sono pronto a rifare le valigie e andare via".
Lui, così come altri suoi colleghi, è tornato in Italia per dare un contributo operativo alla ricerca ma dopo anni di precarietà e una stabilizzazione che sembra essere distante l'idea di ritornare all'estero non lo abbandona.
Mentre ci sono nazioni che viaggiano veloci sulla ricerca, l'Italia rischia di essere il fanalino di coda per i mancati investimenti.
Le richieste al Governo
Le richieste sono chiare: un piano straordinario di stabilizzazione per tutto il personale in possesso dei requisiti; maggiori finanziamenti strutturali per garantire continuità ai progetti scientifici; una programmazione che riduca il ricorso ai contratti precari negli enti pubblici di ricerca. Per il movimento, investire sul personale significa investire direttamente sulla competitività del Paese. «La ricerca pubblica non può essere costruita sulla precarietà. Servono scelte strutturali che restituiscano stabilità ai ricercatori e continuità ai progetti scientifici», è il messaggio con cui i Precari Uniti CNR si preparano alla mobilitazione nazionale.