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il caso 

Il siciliano che sussurrava a Mosca: chi è Sergio Romeo, l'indagato per spionaggio

Originario di Messina, il 57enne è considerato una "fonte" chiave nella rete che vendeva segreti militari italiani all'intelligence russa in cambio di mazzette in contanti

08 Luglio 2026, 17:56

18:00

Il siciliano che sussurrava a Mosca: chi è Sergio Romeo, l'indagato per spionaggio

Nella complessa e inquietante rete di spionaggio accusata di aver ceduto segreti di Stato italiani all’intelligence militare russa (Gru) figura anche un siciliano. Si tratta di Sergio Romeo, 57 anni, originario di Messina, indagato a piede libero nell’ambito della maxi-inchiesta dei carabinieri del Ros coordinata dalla Procura di Roma.

L’indagine ha portato alla luce un’organizzazione strutturata, specializzata nel reperimento di dossier, informazioni riservate sulla Difesa e segreti militari del Paese.

Al vertice del sistema, secondo gli inquirenti, due ex funzionari dell’Aisi in pensione: il sardo Gavino Raoul Piras e il materano Vincenzo Di Pasquale.

La posizione di Romeo è definita con precisione: il messinese costituiva una delle “fonti” nevralgiche, un complice chiave operativo sul territorio. Stando all’impianto accusatorio, Romeo faceva parte di un nucleo ristretto di cinque informatori, dislocati tra Puglia e Sicilia, tra i quali compaiono anche quattro militari. Il suo ruolo sarebbe stato quello di raccogliere materiale sensibile o agevolare l’accesso ai sistemi informatici, per poi far confluire i dati ai vertici dell’organizzazione.

Le contestazioni sono tra le più gravi in materia di sicurezza nazionale: spionaggio politico o militare, procacciamento di notizie riguardanti la sicurezza dello Stato, rivelazione di segreti di Stato e accesso abusivo a sistemi informatici.

Il modus operandi, ricostruito grazie a pedinamenti e intercettazioni visive, richiama i manuali della Guerra Fredda: i passaggi di informazioni avvenivano tramite “pizzini” cartacei o micro-schede SD accuratamente preparate e occultate nelle crepe dei muri. Gli incontri si svolgevano in luoghi pubblici, come bar o parchi; per eludere le intercettazioni, in alcuni casi i telefoni venivano allontanati o addirittura chiusi in forni a microonde su richiesta di agenti russi.

Il materiale raccolto dalla rete territoriale veniva infine consegnato dai capi dell’organizzazione a un funzionario dell’ambasciata russa a Roma, protetto da immunità diplomatica, in cambio di buste di contanti: circa 4.000 euro per ogni consegna documentata.

Un flusso di denaro e informazioni che conferma come la guerra ibrida e sotterranea di Mosca all’Occidente possa passare anche per le province italiane apparentemente insospettabili.