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la storia

Fotografare la rinascita: i barconi della disperazione diventano musica

L'incredibile metamorfosi del legno nel racconto per immagini di Antonio Raciti, dal naufragio a una nuova vita di suono

08 Luglio 2026, 18:21

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Fotografare la rinascita: i barconi della disperazione diventano musica

«S’intitola “Ketsia”, è una narrazione fotografica, “cominciata con il colore azzurro e proseguita con gli strumenti ad arco, viole, violini e violoncelli…”, itinerante, inedita e incantevole a cura di Antonio Raciti che, dal 13 (inaugurazione, ore 20.30, condotta dalla giornalista Rita Patanè alla presenza di Pippo Pappalardo) al 19 luglio, sarà accolta (ingresso libero) dal “Palazzo Vigo”, a Torre Archirafi, splendido borgo di Riposto. “La mostra fotografica si snoda su una serie di immagini volte a narrare la vicenda storica di un migrante, sia se approda verso una costa sia se invece, purtroppo, non vi riesce. La mostra propone un percorso visivo e narrativo incentrato sul tema della migrazione, affrontato attraverso un linguaggio simbolico e documentaristico. Una delle sezioni più significative della mostra è dedicata al recupero del legno proveniente dai barconi utilizzati per attraversare il Mediterraneo. Questo materiale carico di memoria viene trasformato in strumenti musicali, come i violini. In tal modo il legno diventa espressione artistica. La trasformazione suggerisce una rilettura dell’esperienza tragica migratoria provando a generare bellezza e possibilità”», sottolinea la curatrice Maria Bruna Noto.

A partire dal titolo, come nasce e cresce l'idea di questa mostra?

«Ketsia...la sua voce: il titolo e il racconto giungono alla fine di un percorso durato diversi anni. Inizialmente pensavo a intitolarlo “Crisalide o Metamorfosi” durante il processo di acquisizione di esperienze legate agli scatti che ho realizzato. Poi ho scelto di usare il nome, inciso su una delle chitarre, di una ragazza che ha perso la vita nella traversata del Mediterraneo. Tutto è iniziato dal desiderio di raccontare i mestieri con la fotografia. Il primo tentativo aveva come soggetto il giardiniere e finì immediatamente perché gli scatti non mi emozionavano. Poi ho incontrato un vecchio compagno di liceo, Salvatore…, ad un concerto di musica barocca: era diventato liutaio e scattò la scintilla di raccontare la vita di un violino. Rimase però solo un’idea tra le tante fino a che un altro concerto di musica barocca, diciassette anni più tardi, ci fece ritrovare. Mi raccontò della sua iniziativa di costruire liuti con il legno dei barconi dei migranti e fu colpo di fulmine. L’attualità del tema, la passione per la musica, la voglia di cercare immagini capaci di far vibrare le corde interiori si porgeva ammaliante. Era sabato sera e il lunedì mattina fui subito nel laboratorio della cooperativa “Ro La Formichina”, a Santa Venerina (CT), dove Salvatore, guidando le mani di ragazzi disagiati, fa rinascere il legno intriso di dolore. Ketsia è il nome proprio di una dei tanti che, naufragati, non sono mai arrivati sulle nostre coste. Ogni strumento porta un nome proprio nella intenzione di trasformare disperazione, negazione, fallimento e morte in nuova vita di suono e armonia: la storia di una rinascita. Il racconto espresso dalle mie ventiquattro fotografie parte da Scicli, si è spostato a Ragusa, quindi a Pozzallo (dove l’argomento sbarchi è molto sentito) per concludersi a Torre Archirafi. Mi è stato chiesto anche a Terrasini ma ancora è da definire.»

Quale tra tanti lo scatto più significativo per lei, per quali ragioni?

«Amo scegliere gli scatti che mi piacciono. Quando faccio editing di un progetto è necessaria la congruenza delle foto tra loro e con il racconto, ma amo scegliere ciò che percepisco con un sussulto interiore, al di là di qualsiasi processo logico. Per esempio, per “Ketsia”, la foto iniziale, quella che io chiamo “la copertina”, permette all’osservatore di porsi domande e contemporaneamente dare significati anche diversi dal mio. La sento come parte di me sin dal momento in cui ho premuto il tasto di scatto, prima ancora di averlo visto».

Come nasce la sua passione per la fotografia?

«Mio padre possedeva una Ferrania, anni ’50, totalmente manuale con il mirino a telemetro simile a quello delle più rinomate Leica. Lo osservavo scattare, guardavo le sue stampe che mi piacciono tutt’ora: non mi spiegava nulla, nessuna comunicazione verbale, solo tramite le stampe di quelle foto. Nell’estate del 1968 mia zia mi regalò una Bencini semplicissima una Minicomet II che usava pellicole da 127 per formati 2x3cm. Cominciai a fare foto, mio padre mi procurava le pellicole, io scattavo quando uscivamo con la famiglia: mucche, alberi, fiumi, viti, cani. Lui portava il rullino allo sviluppo e stampa. Guardavamo il risultato insieme e papà commentava: “qua hai lasciato troppo spazio…questa è tutta storta”. Crescendo, dopo il suo non facile consenso e dopo brevissime, ma incisive spiegazioni su tempi e diaframmi, usai la sua Ferrania. Poi, tra i regali di laurea, arrivò la mia prima fotocamera seria. Non mi sono più fermato anche grazie all’incoraggiamento di chi guardava le foto stampate.»

Ricorda il suo primo scatto?

«La gabbia dei cani di mio padre vuota. Lo ricordo ancora, 60 anni dopo. Volevo scattare tutto il rullino senza nemmeno pensare cosa, era un marchingegno troppo rivoluzionario quello che avevo in mano. Non ricordo quanti scatti ho fatto, ricordo il commento dei miei che nascondendo un sorriso dissero che potevo aspettare che almeno uno dei due cani apparisse!».

Colore o non colore, qual è la sua preferenza?

«A volte preferisco il bianco e nero altre volte il colore. Tutto dipende da cosa voglio raccontare. Questo progetto, ad esempio, non può essere che pensato, immaginato e visto che a colori».

Fotografare per testimoniare?

«Importante è comunicare. Trasmettere un’emozione. Sia essa una testimonianza, sia essa una natura morta, sia esso un paesaggio, se si riesce a dare all’osservatore/lettore la possibilità di percepire qualcosa che vada oltre il logico, il razionale, allora ci si può reputare soddisfatti».

Nell’epoca della “sovraesposizione” – da intendere come presenza mediatica e digitale costante – la fotografia che ruolo ha?

«Oggi, nell’era digitale, vengono prodotte 64.000 immagini al secondo, 5 miliardi al giorno, che paradossalmente muoiono poco dopo la loro creazione. Solo poche resistono. La velocità del web le fa nascere e morire. Io prendo in mano i vecchi album di famiglia e cerco di imitarli creandone di miei. Questi album non li guarda più nessuno ma resteranno. Magari andranno a finire in qualche mercatino dell’usato. Qualche domenica addietro sono andato agli Archi della Marina, a Catania. Ho visto un paio di persone interessate a vecchie stampe. Le sfogliavano una per una con attenzione e accuratezza. Ho pensato: anche le mie andranno a finire là? Comunque continueranno a vivere».

Quali spensa siano i caratteri distintivi della sua fotografia? Potendo come la definirebbe, “realista” o come?

«Ho difficoltà a definire la fotografia di altri, immagini la mia. Il realismo può essere raccontato anche da una finzione. Metti il teatro: Medea con i corpi dei suoi due figli morti tra le braccia è realistica? Non si sa, ma è certo che le corde interiori vibrano, eccome se vibrano».

Come vive il passaggio dall’analogico al digitale e, soprattutto, l’utilizzo della IA per la elaborazione/ invenzione delle immagini?

«Ecco giustissimo il termine immagine. IA non crea fotografie crea solo immagini come lo sono i quadri. La fotografia si fa con la luce (φῶς-γραφή = disegnare con la luce). Prendere la luce e “spalmarla” sulla pellicola (analogico) o sul sensore (digitale). IA, invece, genera immagini utilizzando le formule matematiche dei software come un pittore utilizza il pennello per generare le proprie immagini».

Ha un fotografo di riferimento? Uno scatto altrui che considera memorabile? Qual è, e per quali ragioni lo preferisce?

«Via via che mi addentro in un genere (paesaggio, viaggio, ritratto, reportage, still-life ed altri) ne scopro peculiarità e difficoltà. Sono proprio le difficoltà a stimolarmi nel cercare di superarle. Leggo/visiono i lavori dei maggiori rappresentanti di ogni genere, li analizzo e poi copio come diceva Picasso «copia come un artista». Nigel Parry, Peter Lindbergh, Irving Penn, Cartier-Bresson, Annie Leibovitz, Vincent Peters, Ferdinando Scianna, Letizia Battaglia, Peppino Leone, Robert Frank, Robert Capa, Dorothea Lange. Da ognuno prendo ciò che più sento mio».