La memoria
Il caso Casciana e la cerimonia a Trieste senza il Comune di Gela
Il sacrificio di un giovane gelese tra storia, omissioni, rivendicazioni e ora l'ìncidente diplomatico
La cerimonia che il Comune di Trieste terrà domani 13 luglio per commemorare i quattro caduti degli avvenimenti del 1920 si apre con una stonatura diplomatica: Gela, città natale del tenente Luigi Casciana, non è stata invitata. Nessuna comunicazione ufficiale, nessun coinvolgimento istituzionale. Un'occasione mancata di riconoscere il legame tra una città del Sud e una pagina complessa della storia adriatica.
Questo ha spinto il prof. Nuccio Mulè, cultore di storia patria, a scrivere direttamente al Comune di Trieste per segnalare l’assenza e lamentare il mancato riconoscimento dovuto alla città del giovane ufficiale gelese. Una protesta garbata ma ferma, che riporta al centro una figura troppo spesso semplificata o fraintesa dalla storiografia del Novecento.
La commemorazione triestina, organizzata dalla Fondazione Rustia Traine e dai Dalmati Italiani di Trieste con la partecipazione della Lega Nazionale e di Trieste Pro Patria, ricorda quattro vittime delle tensioni che attraversarono l’Adriatico nel primo dopoguerra: il comandante della Regia Nave Puglia Tommaso Gulli, il motorista Aldo Rossi, il dimostrante dalmata Giovanni Nini e, appunto, il tenente Luigi Casciana. È proprio la sua storia, però, a emergere oggi con una forza nuova, perché racconta un’Italia divisa, attraversata da nazionalismi contrapposti, e un giovane ufficiale che morì mentre cercava di proteggere civili appartenenti a minoranze linguistiche.
Il 13 luglio 1920 Casciana, sottotenente del 76° Reggimento Fanteria, ricevette l’ordine di presidiare l’Hotel Balkan, dove erano alloggiate persone di minoranza etnica minacciate da una protesta italiana guidata da un manipolo di squadristi. La sua posizione era delicata: garantire l’ordine pubblico in una città attraversata da tensioni politiche e identitarie, difendere chi rischiava di essere travolto dalla violenza, mantenere un equilibrio che stava già cedendo. Quando dall’edificio partirono colpi d’arma da fuoco e vennero lanciate granate, una scheggia lo colpì mortalmente. Il drappello di soldati si disperse, i dimostranti presero il sopravvento e il lancio di bombe a mano provocò un incendio e una serie di esplosioni attribuite al materiale bellico nascosto all’interno da gruppi jugoslavisti e sloveni.
La morte di Casciana venne presto inglobata nella narrazione fascista che lo definì “martire” del nascente movimento. Una lettura che gli studi successivi hanno smontato con decisione. Casciana non partecipò alla protesta, non ebbe alcun ruolo nelle azioni degli squadristi, non fu un simbolo politico: fu un ufficiale che cercò di proteggere civili vulnerabili e che morì per questo. Nel 2000, durante una commemorazione davanti all’ex Hotel Balkan, il rappresentante dei dalmati Renzo de' Vidovich ricordò come il giovane ufficiale fosse stato ucciso da una bomba lanciata dall’edificio che difendeva, sottolineando il valore civile del suo gesto e chiedendo che la Scuola Interpreti dell’Università di Trieste venisse intitolata proprio a lui.
La documentazione dell’archivio comunale conferma la sua identità e la sua morte, registrata il 20 luglio 1920 “per infortunio”, e riporta la concessione della Medaglia Interalleata della Vittoria. Ma oggi, a più di un secolo di distanza, ciò che emerge è soprattutto la necessità di restituire a Casciana la sua verità storica: non un eroe di parte, non un simbolo politico, ma un giovane ufficiale gelese che morì mentre difendeva persone minacciate dalla violenza di piazza.
La lettera del prof. Mulè al Comune di Trieste ricorda che la memoria non è mai un fatto locale, ma un ponte tra comunità che condividono storie, ferite e responsabilità. Casciana appartiene a Trieste e a Gela, e il suo nome merita di essere pronunciato da entrambe le città.