il caso
La colpa non è solo di chi scommette: la sentenza che fa tremare il business dell'azzardo
Un medico legale accerta il legame tra la morte di un giovane britannico, il suo disturbo psichico e il fallimento delle tutele da parte degli operatori delle scommesse
La discesa agli inferi di Gareth Evans non è la cronaca di un vizio, né il cedimento di un consumatore imprudente, ma l’esito fatale di una patologia.
Una malattia che, secondo la giustizia del Regno Unito, comporta responsabilità anche oltre la sfera individuale. La sua morte per suicidio, al termine di un vortice di puntate compulsive, costringe oggi il Paese – e non solo – a guardare in faccia il lato più cupo del gioco d’azzardo: il punto in cui l’intrattenimento svanisce e lascia il posto a un intreccio velenoso di isolamento, ansia, depressione e rischio estremo.
Nei diciotto mesi precedenti al decesso, la vita di Evans era stata divorata dalle scommesse. Arrivava a giocare fino a cinque volte al giorno, con puntate singole fino a 800 sterline, accumulando perdite nell’ordine di decine di migliaia di sterline.
Una spirale di menzogna, vergogna quotidiana e senso di prigionia che l’uomo ha descritto con lucidità nella nota lasciata ai familiari: la confessione di una routine che detestava, ma dalla quale non riusciva a liberarsi.
Quella morte, tuttavia, non è stata archiviata come un dramma privato. Al termine dell’istruttoria presso la Croydon Coroner’s Court, la vice coroner Adela Williams ha pronunciato un verdetto dal peso storico e culturale: il disturbo da gioco d’azzardo e la depressione sono stati fattori determinanti nel decesso.
Non solo. Il medico legale ha puntato l’indice contro l’industria delle scommesse, censurando i controlli posti in essere, giudicati “inadeguati, frammentati e non standardizzati”.
Al centro delle critiche figura la società di betting William Hill (oggi controllata da evoke), che, secondo i legali della famiglia Evans, non sarebbe intervenuta nonostante la chiara progressione del disturbo. Stando a ricostruzioni giornalistiche, un reclamo presentato da Gareth nel gennaio 2021 sarebbe stato respinto.
Per Tony Evans, padre della vittima, la responsabilità è diretta: a causare la morte del figlio è stata l’industria del gioco e i suoi prodotti altamente assuefacenti.
A sostegno di questa tesi, il coroner ha annunciato l’intenzione di emettere un Prevention of Future Deaths report, strumento giuridico cruciale per segnalare guasti sistemici e imporre azioni correttive, affinché tragedie simili non si ripetano.
Il caso sta già producendo conseguenze istituzionali. Il 28 gennaio 2025 il NICE ha pubblicato le nuove linee guida cliniche (NG248), che sanciscono l’ingresso dei danni da gioco nel perimetro della sanità pubblica basata sulle evidenze, includendo tra i rischi primari l’autolesionismo e il suicidio.
Dal canto suo, il gruppo evoke ha espresso cordoglio, assicurando di aver rafforzato le procedure di tutela per un gioco responsabile.