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Il piano britannico per raffreddare la Terra: la geoingegneria diventa realtà
Con quasi due milioni di sterline il programma ARIA punta tutto sulle perturbazioni elettriche come risposta concreta e risolutiva alla crisi climatica
All'alba, nelle campagne inglesi, la bruma potrebbe presto diventare il palcoscenico di un esperimento dal sapore fantascientifico: minuscoli droni rilasceranno nell'aria una lievissima carica elettrica con l'obiettivo di rendere le nubi più capaci di riflettere la luce solare.
Non è una scorciatoia miracolosa contro il riscaldamento globale, ma un tentativo di verificare se sia possibile aumentare l'albedo atmosferico senza ricorrere a sostanze chimiche, sfruttando unicamente l'elettricità naturale. Il progetto, battezzato BrightSpark, è guidato da Giles Harrison, professore di fisica dell'atmosfera alla University of Reading.
Inserito in un più ampio portafoglio da 56,8 milioni di sterline dell'Advanced Research and Invention Agency (ARIA) dedicato a diverse ipotesi di raffreddamento climatico, BrightSpark ha ricevuto circa 1,9 milioni di sterline per esplorare questa via innovativa.
Il cuore dell'iniziativa risiede nell'interazione fra cariche elettriche e microfisica delle nuvole. Le nubi regolano il bilancio energetico terrestre: riflettono la radiazione solare, ma al contempo intrappolano calore. La loro risposta ai cambiamenti atmosferici resta una delle sfide di modellazione più complesse segnalate dall'IPCC per le proiezioni climatiche.
Mentre altri studi puntano sul cosiddetto marine cloud brightening, che prevede l'immissione di aerosol salini per schiarire gli strati nuvolosi marini, BrightSpark scommette su una perturbazione esclusivamente elettrica, ritenuta in teoria più pulita e mirata.
Come funziona? Una lieve carica applicata alle goccioline in sospensione ne modifica il comportamento, influenzando collisioni, aggregazione ed evaporazione. La teoria suggerisce che, spostando la distribuzione verso gocce più piccole e numerose, la nube possa riflettere una quota maggiore di luce. Per verificarlo, il progetto svilupperà emettitori di ioni montati su microdroni, impiegati in sciami coordinati, per misurare sul campo eventuali variazioni nella riflettanza della nebbia.
Non si parte da zero. Il team della University of Reading studia da anni l'elettricità atmosferica e, nel 2022, ha mostrato che il rilascio di ioni in una nebbia naturale da parte di un drone può produrre una variazione della riflettività intorno al 2%. Pur trattandosi di un segnale durato pochi secondi, il risultato ha offerto la base empirica per giustificare i nuovi test. Il gruppo ha inoltre già collaudato una piattaforma aerea dotata di sensori ed emettitori operativa fino a 2 chilometri di quota.
Sul fronte dei rischi e delle implicazioni etiche, i ricercatori e ARIA invitano alla cautela e alla proporzione. Le cariche emesse sono estremamente basse: non generano scintille né causano combustioni, e l'effetto sull'aria si esaurisce in pochi minuti, restando invisibile a occhio nudo. L'agenzia sottolinea con forza che si tratta di un programma di ricerca di base su scala molto ridotta, e non di un tentativo attuale di "modificare il clima".
Resta tuttavia un tema politicamente sensibile, e rimane aperto il dibattito su come tecnologie nate per comprendere processi fisici possano in futuro essere reinterpretate in chiave di intervento geoingegneristico globale.
Le prossime tappe sono già definite: nell'inverno del 2026 il team avvierà la raccolta dati e il collaudo dell'attrezzatura, mentre i veri e propri esperimenti sul campo potrebbero iniziare, previa autorizzazione, a partire dal 2027.