Il racconto
Il ministro Musumeci: «Le domeniche davanti al tv e l'orgoglio di dire: sono militellese come Baudo»
I rituali del pase, le amicizie e il ritorno alle radici da parte dell'uomo che ha fatto la storia della tv italiana
Frequentavo la scuola media al mio paese, Militello, quando nel 1966 la Rai cominciò a trasmettere il programma musicale “Settevoci”. Fui allora testimone di un singolare fenomeno di costume: nelle domeniche pomeriggio la piazza principale quasi si svuotava per alcune ore. La gente restava in casa, davanti al televisore, per seguire il compaesano Pippo Baudo. Era diventato un vero e proprio rito collettivo, alimentato dall’orgoglio di vedere uno dei nostri conquistare, settimana dopo settimana, il successo nazionale.
Vederlo in tv - dove non perdeva occasione per ricordare, con un pizzico di civetteria, «Sono di Militello» - era per noi molto più che assistere a uno spettacolo. Era come riscattare, almeno per un momento, il senso di marginalità di un piccolo paese dell’entroterra siciliano. Attraverso il successo di uno dei suoi figli più illustri, Militello si prendeva una piccola rivincita sulle tante occasioni perdute e sulle battaglie di retroguardia che sembravano averne segnato il destino. Il forte legame identitario che si creò tra Baudo e la sua comunità si manifestò a partire da quegli anni in poi. Alla domanda: «Di dove sei?», ciascuno di noi rispondeva con naturalezza, e anche con un certo orgoglio: «Di Militello, il paese di Pippo Baudo». Era come se la notorietà di Pippo avesse dato al nostro piccolo centro un’identità immediatamente riconoscibile, trasformandolo da paese poco noto nel luogo natale di uno dei volti più amati della televisione italiana.
In compenso, Baudo rimase sempre attento alla gente della sua terra. Ricordo un episodio personale. Nel 1984 rimasi a Roma per circa un mese, per frequentare un corso di formazione. Una domenica mattina mi presentai in Rai per chiedere se fosse possibile assistere alla diretta di “Domenica In”. «Mi dispiace, occorre un invito», mi rispose l’addetto all'ingresso. «Sono un concittadino del dottor Baudo. Può provare a chiedere a lui per il biglietto? In ogni caso, ripasserò più tardi». Quando tornai, poco prima dell’inizio della trasmissione, trovai all’ingresso un invito intestato a mio nome. Sopra, scritto a penna, c’era un breve messaggio: «Ci vediamo più tardi. Pippo». Mi aveva riservato un posto in prima fila, tra il pubblico, pur non essendoci mai incontrati.
La nostra amicizia nacque qualche anno dopo, quando acquistai una casetta panoramica alle porte di Militello, proprio di fronte alla sua villa, dove tornava spesso per concedersi qualche giorno di riposo accanto agli anziani genitori. Non di rado Pippo mi invitava a prendere un caffè con lui, tra gli aranci della “Chiusa”.
Parlavamo di politica, di tv e del delicato rapporto tra il mondo dello spettacolo e quello delle istituzioni. Nei suoi giudizi era schietto, talvolta severo, ma sempre animato da una passione autentica. Era il temperamento del siciliano che non rinuncia mai a dire ciò che pensa.
Una sera d’estate riuscii a convincerlo, durante un suo soggiorno vacanziero a Militello, a partecipare a uno spettacolo culturale, la “Settimana del Barocco”, che avevo organizzato da presidente della Provincia. La piazza del Municipio era gremita come nelle grandi occasioni. Per la prima volta Pippo poté incontrare la sua gente senza il filtro delle telecamere, dei riflettori e dei palcoscenici televisivi: solo lui e la comunità che lo aveva visto nascere e crescere. Fu un momento di intensa emozione, per lui e per tutti noi. In quell’abbraccio ideale tra il figlio più celebre e il suo paese si ritrovavano l'orgoglio, l’affetto e il senso di appartenenza che avevano accompagnato, per decenni, il suo straordinario successo.