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Colpo da re al museo di Vienna, rubata la leggendaria collana di diamanti della regina Nazli d'Egitto: dai 673 diamanti al mito di Tutankhamon
Due finti visitatori pagano il biglietto, spaccano la teca al MAK e fuggono con un capolavoro da quattro milioni di dollari
Un colpo fulmineo, quasi teatrale per audacia, ha scosso il cuore culturale di Vienna e gettato nel caos i protocolli di tutela museale in tutta Europa. Il MAK – Museum of Applied Arts è diventato il palcoscenico di un furto clamoroso: dalla teca blindata è sparita la leggendaria collana in platino e diamanti della regina Nazli d’Egitto, capolavoro assoluto dell’Art déco firmato Van Cleef & Arpels. Secondo le prime ricostruzioni degli inquirenti, confermate da testimonianze raccolte dai media austriaci e internazionali, l’azione si sarebbe consumata in pochi istanti. Due uomini, confusi tra i visitatori, hanno acquistato regolarmente il biglietto e, raggiunta la sala della mostra temporanea “GLANZSTÜCKE. Van Cleef & Arpels High Jewelry × Masterpieces from the MAK Collection”, hanno infranto la teca che custodiva il gioiello, dileguandosi prima dell’intervento delle guardie. Il colpo ha scatenato immediate polemiche sulle misure di sicurezza del museo, costretto a una chiusura temporanea per i rilievi della polizia e successivamente alla riapertura dell’esposizione. Il valore del pezzo è stimato intorno ai quattro milioni di dollari (oltre 3,5 milioni di euro), ma il suo peso storico e culturale è incalcolabile.
Un capolavoro di geometrica leggerezza: 673 diamanti e il mito di Tutankhamon. Il collier sottratto non è un semplice monile d’epoca, ma una pietra miliare nella storia della gioielleria. In platino, monta complessivamente 673 diamanti per 204,03 carati: 318 taglio baguette e 355 rotondi, organizzati in una raffinata architettura simmetrica che culmina in un diamante centrale di circa sei carati. Il suo fascino risiede nel paradosso visivo: la severa geometria del metallo e l’abbondanza di pietre sono orchestrate per imitare la fluidità di un tessuto. Nastri di diamanti si aprono e si chiudono in un motivo “drappeggiato”, restituendo una sorprendente sensazione di movimento e leggerezza, con una vestibilità flessibile attorno al collo. Sul piano stilistico, il gioiello incarna la quintessenza della “white jewelry” degli anni Trenta, segnata dalla corrente di “egittomania” che travolse l’Europa dopo la scoperta, nel 1922, della tomba di Tutankhamon. L’esotismo egizio è qui depurato e tradotto nelle linee nette e moderne dell’Art déco francese.
Il fidanzamento del secolo e la diplomazia del lusso La genesi del collier risale al biennio 1938-1939, quando i gioielli di corte assolvevano anche funzioni di diplomazia e propaganda dinastica. La regina consorte Nazli, vedova di re Fuad I, lo commissionò per celebrare le nozze della figlia, la principessa Fawzia, con il principe ereditario d’Iran e futuro scià, Mohammad Reza Pahlavi. Annunciato nel 1938 e celebrato l’anno successivo, il matrimonio intendeva suggellare un’alleanza fra due delle corti più influenti e facoltose del Medio Oriente. Per l’occasione, la regina madre ordinò a Van Cleef & Arpels un’intera parure nuziale, di cui questa straordinaria creazione rappresentava l’apice. Indossandola durante la cerimonia, Nazli mise in scena una potente rappresentazione del prestigio della dinastia egiziana, fondendo l’avanguardia del lusso parigino con la solennità del rituale monarchico.
Dallo sfarzo delle corti all’esilio in California: la parabola di una regina Dietro l’abbagliante bellezza dei diamanti emerge la biografia tormentata della proprietaria. Colta, mondana e sorprendentemente moderna per il suo tempo, Nazli vide la propria vita segnata da profondi drammi personali. Dopo la morte di Fuad I e un matrimonio infelice, i rapporti con il figlio Farouk, destinato a essere deposto, precipitarono fino alla rottura nel 1950. Nello stesso anno, la regina madre indossò per l’ultima volta il collier al matrimonio della figlia minore, Fathia. Con il colpo di Stato del 1952, che depose Farouk e abolì la monarchia, perse titoli, beni e patria. Rifugiatasi in California, affrontò un progressivo declino economico e personale, culminato nella conversione al cattolicesimo. Nel 1975, in gravi difficoltà finanziarie, fu costretta a mettere all’asta da Sotheby’s i suoi gioielli più preziosi: in quell’occasione, la collana tornò a Parigi, riacquistata dalla maison per la propria collezione patrimoniale, oggi composta da oltre tremila pezzi storici.