lo scenario
Se scatta una crisi Nato-Russia, cosa farebbe l'Italia: basi, soldati, trasporti e difesa aerea e il ruolo di Sigonella
Dalla base siciliana con i velivoli RQ-4D Phoenix al coordinamento di Roma, le azioni immediate prima dell'impiego dei carri armati
Prima dei carri armati arriverebbero i radar, gli ordini cifrati e i convogli. In un’eventuale crisi tra Nato e Russia, il primo apporto dell’Italia non sarebbe necessariamente l’invio immediato di reparti al fronte, bensì l’attivazione di Eurofighter in prontezza, l’allestimento di un ponte aereo dalla Toscana, il carico delle navi logistiche, il decollo dei droni da Sigonella e la trasformazione delle basi nazionali in snodi di transito.
In caso di emergenza, da Bruxelles non giungerebbe un “ordine” generico di entrare in guerra, ma richieste operative puntuali, inquadrate nella pianificazione alleata: rafforzamento di settori terrestri, protezione dello spazio aereo, concessione e messa in sicurezza di infrastrutture. L’Articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico stabilisce che un attacco armato contro uno Stato membro è considerato un’aggressione a tutti, ma vincola ciascun Paese a prestare assistenza con le misure ritenute necessarie, senza automatismi nell’impiego della forza.
La procedura prevede la convocazione immediata del Consiglio del Nord Atlantico, che delibera per consenso dopo aver valutato la natura dell’evento, in particolare se si tratta di scenari ibridi, sabotaggi o cyberattacchi. Gli iter decisionali interni Sul piano nazionale, la scelta politica resta nelle mani delle istituzioni italiane: Presidente del Consiglio, Consiglio dei ministri, vertici della Difesa, Presidente della Repubblica e Parlamento. L’articolo 78 della Costituzione affida alle Camere la deliberazione dello stato di guerra e il conferimento al Governo dei poteri conseguenti, mentre l’articolo 87 attribuisce al Capo dello Stato il comando delle Forze armate e la presidenza del Consiglio supremo di difesa. Per operazioni internazionali che non configurino uno stato di guerra formale, la legge 145 del 2016 richiede deliberazione del Governo e autorizzazione parlamentare.
La traduzione operativa degli indirizzi politici spetta poi al Capo di Stato Maggiore della Difesa attraverso il Comando Operativo di Vertice Interforze (COVI) di Roma.
La componente aerea sarebbe il primo strumento a reazione rapida. L’Aeronautica Militare, già impegnata nelle missioni Nato di Air Policing, impiega Eurofighter Typhoon e F-35 per la sorveglianza dei cieli alleati. In caso di escalation, l’apporto italiano includerebbe pattugliamenti, intercettazioni, difesa di infrastrutture critiche, ricognizione e rifornimento in volo. A rafforzare lo scudo, la difesa missilistica con il sistema terra-aria SAMP/T, già dispiegato in Slovacchia fino ad aprile 2024 e integrato nella rete alleata di Ramstein. L’Italia parte da una presenza avanzata già consolidata lungo il fianco est dell’Alleanza. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina del 24 febbraio 2022, Roma ha autorizzato un tetto massimo di circa 3.000 militari, 600 mezzi terrestri, 5 unità navali e 25 assetti aerei per la postura orientale. In Bulgaria l’Italia è nazione guida del gruppo tattico multinazionale di Novo Selo con circa 730 militari; altri reparti operano in Lettonia e in Ungheria. Nel quadro dei bacini di prontezza, il nuovo modello di forze della Nato stima dal 2025 un contributo terrestre italiano preparato e disponibile superiore alle 11.000 unità. Logistica strategica e centralità delle basi Il trasferimento di truppe e rifornimenti richiede una catena logistica articolata. Per i trasporti tattici e sanitari verrebbero impiegati C-130J, C-27J e rifornitori KC-767A; i carichi più pesanti si muoverebbero via mare e ferrovia sotto il coordinamento del Joint Movement Coordination Centre del COVI.
In questo contesto, il territorio nazionale assumerebbe un valore decisivo come retrovia e piattaforma nel Mediterraneo. Installazioni quali JFC Naples a Napoli, la base di Sigonella in Sicilia (dove operano i droni Nato RQ-4D Phoenix), Aviano e Ghedi costituirebbero poli cruciali di comando, sorveglianza e rifornimento. La concessione e l’impiego di tali infrastrutture resterebbero subordinati ad autorizzazioni politiche e ad accordi bilaterali con le autorità italiane, che dovrebbero al contempo garantirne la protezione da minacce informatiche, droni e azioni di sabotaggio.