il caso
Cosa c'è sotto Mianyang, la gigante a forma di croce che spaventa il Pentagono (c'entra la fusione fredda)
Nel cuore del Sichuan sorge un'infrastruttura da miliardi di dollari capace di simulare le esplosioni atomiche e guidare l'espansione dell'arsenale di Pechino verso quota mille testate
Nel gennaio 2025 l’analisi di una serie di immagini satellitari del territorio cinese ha messo in luce la costruzione di una mastodontica installazione a forma di croce a Mianyang, nella provincia del Sichuan.
Il complesso, composto da quattro lunghi bracci che convergono verso una sala sperimentale centrale più grande di circa il 50 per cento rispetto al National Ignition Facility (NIF) statunitense, figura tra i maggiori progetti al mondo dedicati alla fusione a confinamento inerziale (ICF). Sebbene presentata come un tassello per avvicinare la fusione nucleare alla rete elettrica civile, questa tecnologia ha una valenza specifica: nelle stesse frazioni di secondo in cui comprime isotopi di idrogeno, fornisce misurazioni indispensabili per comprendere, progettare e validare ordigni termonucleari senza ricorrere a test esplosivi.
La fusione inerziale utilizza fasci laser di potenza elevatissima o impulsi elettrici per comprimere minuscoli bersagli, ricreando per istanti infinitesimali condizioni estreme di temperatura, pressione e flusso radiativo analoghe a quelle di un’esplosione H. In un’epoca segnata dalla moratoria sui test sotterranei, disporre di macchine di questo tipo è cruciale per la gestione degli arsenali: i risultati sperimentali permettono di verificare l’affidabilità dei modelli di simulazione, valutare lo stato di componenti invecchiati delle testate, nonché collaudare la resistenza di satelliti, vettori e sensori militari all’irraggiamento.
La scelta di Mianyang non è casuale: nell’area ha sede la China Academy of Engineering Physics, fulcro della ricerca nucleare militare di Pechino. Un’analisi dell’Hudson Institute indica che la Cina ha avviato un programma da circa 10 miliardi di dollari, articolato su almeno cinque grandi infrastrutture laser e a potenza pulsata, inclusi i progetti Shenguang-IV e Julong-2. Questa strategia, promossa dal presidente Xi Jinping, punta a un’integrazione stretta tra ricerca civile, industria e modernizzazione delle forze armate.
Secondo il Pentagono, l’arsenale atomico cinese — valutato attorno alle 600 testate nel 2024 — è destinato a superare le 1.000 testate operative entro il 2030. Per Pechino, che tra il 1964 e il 1996 ha effettuato soltanto 45 test nucleari (molto meno di Washington o Mosca), la fusione laser è uno strumento essenziale per accumulare dati ad alta densità energetica senza violare apertamente i trattati.
Gli Stati Uniti conservano una leadership scientifica di primo piano: il 5 dicembre 2022, il NIF del Lawrence Livermore National Laboratory ha raggiunto per la prima volta l’ignizione scientifica, producendo più energia di quella trasferita dal laser. Tuttavia, le principali infrastrutture americane — dal NIF, operativo dal 2009, alla Z Machine di Sandia — risentono dell’anzianità e di una domanda sperimentale così intensa da limitarne la flessibilità.
Per colmare il divario industriale, analisti come Abigail Remler e David Feith propongono di replicare nella fusione il modello commerciale sperimentato dalla NASA con il programma COTS e SpaceX a partire dal 2006: la National Nuclear Security Administration (NNSA) definirebbe i requisiti fisici e corrisponderebbe pagamenti alle aziende private solo al raggiungimento di traguardi tecnici verificabili. Un primo passo in questa direzione è arrivato il 25 agosto 2026 con la firma di un memorandum d’intesa tra la NNSA e la startup Pacific Fusion.
L’azienda sta realizzando ad Albuquerque, nel Nuovo Messico, un centro di ricerca basato su 156 moduli a potenza pulsata coordinati, progettati per generare impulsi superiori ai 100 megajoule, utili sia al perseguimento del guadagno energetico sia a esperimenti per la sicurezza nazionale. L’apporto di capitali privati non esime comunque lo Stato dalle sue responsabilità fondamentali.
I codici di simulazione classificati, la progettazione delle testate e la gestione delle informazioni più sensibili devono restare sotto la stretta supervisione dei laboratori nazionali. Sul piano diplomatico, una corsa incontrollata a infrastrutture dual use rischia di alimentare i sospetti reciproci tra Pechino e Washington. In assenza di accordi di trasparenza o di nuovi strumenti di controllo degli armamenti, la deterrenza del futuro si giocherà non soltanto sul numero di testate operative, ma sulla capacità di generare, interpretare e sfruttare i dati prodotti all’interno di una camera sperimentale.