la storia
“#DonneVietatoMorire”: dall’autodifesa alla consapevolezza, l’iniziativa di un’imprenditrice catanese
Prevenire la violenza prima che diventi tragedia con corsi gratuiti di autodifesa, supporto psicologico e strumenti per riconoscere i segnali
«L’amore non è violenza. E ricorda che è vietato morire». Le parole di Ermal Meta racchiudono il senso di una battaglia che non può essere affrontata soltanto quando la violenza è già diventata una tragedia. Perché prima di un’aggressione esistono spesso segnali, comportamenti, paure e confini oltrepassati. Ed è proprio in quel “prima” che deve cominciare la prevenzione. Una donna può accorgersi di essere dentro una relazione violenta molto prima che arrivi uno schiaffo. Può esserci una gelosia trasformata in controllo, un telefono verificato, un’amicizia ostacolata, una libertà progressivamente ridotta. Comportamenti che, se ripetuti e normalizzati, possono trasformare una relazione in uno spazio di paura.
È da questa consapevolezza che nasce #DonneVietatoMorire, progetto ideato da Valentina Capizzi, vulcanica quarantenne catanese, per promuovere la prevenzione della violenza sulle donne e offrire strumenti concreti di consapevolezza e autodifesa. «Sono partita - dice - da una domanda: cosa possiamo fare prima? Prima dello schiaffo, prima dell’aggressione, prima che una donna si ritrovi sola e senza strumenti. Non volevo occuparmi della violenza soltanto quando ormai era accaduta. Per me la parola fondamentale è prevenzione».
I dati Istat confermano quanto la dimensione della coppia sia centrale. Tra le donne che hanno o hanno avuto un partner, il 12,6% ha subito nel corso della vita una violenza fisica o sessuale nell’ambito della coppia. La violenza psicologica riguarda il 17,9%, mentre quella economica il 6,6%. Tra le donne con un ex partner, il 18,9% ha subito violenza fisica o sessuale. Numeri che riportano il problema nella quotidianità, nelle relazioni e spesso dentro le mura di casa.
«Dobbiamo imparare a riconoscere quando l’attenzione diventa controllo - insiste Valentina - quando la gelosia diventa possesso, quando la protezione diventa una limitazione. L’amore non dovrebbe mai chiedere a una persona di rinunciare alla propria libertà».
Il cuore di #DonneVietatoMorire è rappresentato dai corsi gratuiti di autodifesa. La scelta della gratuità è fortemente voluta. «Per me - aggiunge - era fondamentale che fossero gratuiti. La sicurezza non può essere un privilegio economico. Se parliamo davvero di prevenzione, dobbiamo permettere a tutte le donne di accedere agli strumenti necessari per sentirsi più consapevoli e preparate».
Il percorso è strutturato con il contributo di professionisti diversi: maestri di karate e di autodifesa, psicologi e pedagogisti. Non è quindi un mero corso tecnico, ma un lavoro integrato che coinvolge mente, corpo e consapevolezza.
«L’autodifesa - aggiunge - parte prima di tutto dalla mente. Prima di imparare una tecnica bisogna imparare a riconoscere una situazione, mantenere la lucidità e prendere una decisione. Non insegniamo alle donne a combattere: insegniamo loro a proteggersi e a trovare una possibilità di uscita».
Durante le lezioni vengono affrontate situazioni concrete. Si imparano prese precise, tecniche per liberarsi, modalità di divincolamento e movimenti finalizzati a creare lo spazio necessario per allontanarsi. «Una cosa deve essere molto chiara: l’obiettivo non è vincere una colluttazione. L’obiettivo è riuscire a liberarsi e scappare. Se una donna trova un momento per allontanarsi, quello è il risultato che cerchiamo».
La preparazione fisica viene accompagnata da un lavoro sulla gestione della paura. In una situazione di pericolo l’adrenalina può alterare la percezione, il corpo può irrigidirsi e la mente può bloccarsi. La ripetizione consapevole dei movimenti serve anche a costruire una risposta più pronta. «Quando una presa viene spiegata, provata e ripetuta, il corpo comincia a riconoscerla. Questo non significa diventare invulnerabili. Significa avere una possibilità in più di reagire senza perdere completamente la lucidità».
Il cambiamento più importante, però, non è necessariamente visibile. «Dopo il percorso molte donne acquisiscono una percezione diversa di se stesse. Cambia il modo di stare nello spazio, di usare la voce, di riconoscere i propri confini. Cresce la consapevolezza del proprio corpo e aumenta la fiducia nelle proprie capacità».
È qui che il lavoro dei professionisti diventa essenziale. «Il maestro di karate - spiega la dott. Capizzi - lavora sul corpo e sulla risposta fisica. Lo psicologo aiuta a comprendere paura, blocco e dinamiche della violenza. Il pedagogista contribuisce a costruire consapevolezza e strumenti educativi. Sono competenze diverse, ma devono dialogare».
Perché sapere come liberarsi da una presa è importante, ma lo è altrettanto comprendere quando una relazione sta diventando pericolosa. Istat rileva infatti che la violenza psicologica nella coppia può assumere forme come controllo, isolamento, svalorizzazione, violenza verbale, minacce e intimidazioni. «Non dobbiamo aspettare di essere colpite per riconoscere che qualcosa non va. Se una situazione mette una donna a disagio, quel disagio merita attenzione. Se qualcuno oltrepassa un confine, lei ha il diritto di fermarlo».
La dimensione familiare emerge anche nei percorsi avviati dai Centri antiviolenza: nel 2024, tra le donne che hanno intrapreso un percorso di uscita dalla violenza, nel 52,8% dei casi l’autore era il partner, nel 26,1% un ex partner e nel 10,7% un altro familiare o parente. «Per questo dobbiamo smettere di pensare alla violenza come qualcosa che riguarda soltanto gli altri. Può nascondersi nella quotidianità e proprio per questo dobbiamo imparare a riconoscerla».
#DonneVietatoMorire lavora anche con le nuove generazioni e attraverso iniziative di sensibilizzazione a Catania e Noto, ma il centro del progetto rimane la possibilità di fornire alle donne strumenti reali. «Vorrei che ogni donna sapesse di poter dire no - aggiunge Valentina - mettere un limite, chiedere aiuto e imparare a proteggersi. Non dobbiamo aspettare che accada qualcosa di irreparabile per riconoscere il diritto alla sicurezza».
Il nome #DonneVietatoMorire contiene un significato che va oltre la morte fisica. Una donna può smettere di vivere pienamente anche quando perde lentamente la propria identità, rinuncia alle proprie scelte, ha paura di parlare o comincia a pensare di non essere più capace di decidere per se stessa. Il percorso proposto da #Donnevietatomorire vuole restituire proprio quella consapevolezza: conoscere il proprio corpo, riconoscere i propri limiti, affrontare la paura e sapere di poter reagire. Non per imparare a combattere, ma per sentirsi più forti, presenti e libere di scegliere. Perché la vera autodifesa comincia molto prima del gesto fisico: comincia dalla consapevolezza di meritare rispetto e dalla certezza che la propria libertà non è negoziabile.