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L'INTERVENTO

Aggressioni ai prof, la scrittrice e docente siciliana Stefania Auci: «Tra scuola e famiglia è venuto meno il confine»

L'autrice de «I leoni di Sicilia» parla della violenza in classe: «Insegnanti pagati poco, trattati da fannulloni. E i ragazzi hanno bisogno di limiti»

19 Settembre 2026, 15:48

15:50

Aggressioni ai prof, la scrittrice e docente siciliana Stefania Auci: «Tra scuola e famiglia è venuto meno il confine»

Ha fatto conoscere in tutta Italia la saga dei Florio, ma la sua giornata, quando chiude il libro, passa ancora per un'aula. Stefania Auci, scrittrice siciliana e autrice del bestseller «I leoni di Sicilia», insegna anche come docente di sostegno. Dalla cattedra guarda le aggressioni agli insegnanti, che tornano a occupare le cronache. Ne ha parlato con l'Adnkronos a Pordenonelegge, dove presenta il nuovo libro «Cunti, storie e romanzi. I libri della mia vita» (Mondadori).

La diagnosi parte da un confine che non c'è più. «Il rapporto tra scuola e famiglia si è profondamente modificato negli ultimi vent'anni. È venuto meno quel confine che un tempo era molto chiaro: il genitore faceva il genitore, l'insegnante faceva l'insegnante». Auci precisa di non fare l'elogio del passato: allora, però, erano più netti il confine e il mandato educativo. Dagli anni Ottanta e Novanta, spiega, l'insegnante non è più percepito come la persona che ti prepara all'università e al lavoro, ma come quello a cui si chiede conto di un voto: «Perché mio figlio non ha preso sei? Ha studiato tutto il giorno, non meritava quel brutto voto». Poi un paragone che chiarisce il concetto: «Io non vado a fare il medico in ospedale perché non sono preparata a farlo. Allo stesso modo, non vedo perché un genitore debba sostituirsi all'insegnante».

Non parla per sentito dire. In classe si è sentita in pericolo, e lo racconta con la franchezza di chi il mestiere lo conosce: «Mi è capitato con una ragazzina che mi aveva minacciato di graffiarmi la faccia perché le avevo tolto il cellulare». Finì con un'inattesa richiesta di dialogo: «Dopo due giorni è venuta da me a raccontarmi cosa l'aveva spinta a essere così aggressiva».

Sotto c'è, secondo la scrittrice, «il grande e spinoso problema della considerazione sociale degli insegnanti». L'insegnante, dice, è visto come quello che deve gestire il ragazzino e spesso è il primo a percepirsi male, «anche perché oggettivamente è pagato poco». Gli insegnanti italiani, ricorda, sono tra le categorie meno pagate d'Europa, e i bonus le suonano a volte come elemosine. Il punto per lei è un altro: «L'insegnante di ogni ordine e grado crea i futuri cittadini. Ha nelle proprie mani le leve della conoscenza e della consapevolezza». Svuotare di significato quel ruolo, e accettare che i docenti vengano trattati come fannulloni con tre mesi di vacanza all'anno, significa «perdere di vista la realtà del loro lavoro».

Quella realtà Auci la descrive con la precisione dell'elenco: coordinamento, relazioni, correzione dei compiti, valutazione, riunioni, preparazione delle lezioni. Con studenti con disabilità o bisogni educativi speciali servono verifiche e materiali ad hoc: «Se hai sei classi, sono sei verifiche diverse». E poi «non hai orario»: può arrivare la telefonata di un genitore che avvisa che il figlio non viene a scuola perché ha avuto un attacco di panico. «Anche questo fa parte del lavoro dell'insegnante».

Lo sguardo si sposta sulle famiglie. Fino a nove, dieci anni i ragazzi vengono protetti, «messi sotto una campana di vetro». Poi, alle medie, «improvvisamente diventano grandi» e, salvo alcune famiglie che continuano a seguirli, «vengono in qualche modo abbandonati». Con conseguenze che, secondo Auci, si vedono nell'età sempre più bassa delle prime esperienze con alcol e droghe e delle prime esperienze sessuali. «Non sono una puritana, tutt'altro: è giusto che i ragazzi facciano le proprie esperienze. Ma arriva un momento in cui l'esperienza travalica e diventa un rischio. È lì che bisogna chiedersi dove sia la famiglia».

Il nodo, insiste, sono i limiti. «Se a dodici anni mio figlio mi dice che torna a mezzanotte e torna alle tre, e io alle tre non lo metto in punizione, non posso poi stupirmi se non conosce le regole. I ragazzi hanno bisogno di limiti». La chiusura è un appello a ricucire: manca, dice, «quel dialogo non competitivo tra scuola e famiglia». Con una constatazione amara: «Le famiglie sono state tra le prime a mettere in discussione la scuola».