il dibattito
Scuola e tetto degli stranieri in classe, vescovi in campo: «Deve essere il luogo in cui nessuno si sente escluso»
Le parole del cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei), in apertura del del Consiglio episcopale permanente d'autunno
Le disuguaglianze sociali ed economiche varcano la soglia dell’aula prima ancora che i banchi si riempiano e la campanella suoni: si riflettono nel reddito delle famiglie, nella lingua parlata a casa, nelle disabilità, nel quartiere di provenienza, fino alla disponibilità di libri e occasioni culturali. Da questa fotografia è partita la riflessione del cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei), aprendo a Roma il Consiglio episcopale permanente d’autunno, in programma dal 21 al 23 settembre 2026.
Per il porporato, la scuola ha un dovere morale e civile: impedire che gli svantaggi iniziali diventino una condanna irrevocabile per il futuro dei ragazzi. L’inclusione, ha sottolineato, non è un accessorio didattico, ma una scelta di giustizia che qualifica la convivenza civile. Zuppi non ha proposto un elenco di misure tecniche né è entrato negli ingranaggi della politica scolastica; ha offerto piuttosto un criterio etico: il sistema d’istruzione assolve la sua funzione pubblica solo quando riesce a interrompere la trasformazione delle differenze di partenza in destini già tracciati.
Legando l’inclusione alle parole giustizia e pace, il presidente della Cei ha allargato l’orizzonte educativo: non basta garantire l’accesso formale alle lezioni o mettere nello stesso spazio studenti con biografie, cittadinanze e bisogni diversi. Una scuola autenticamente inclusiva deve permettere a ciascuno di apprendere, partecipare attivamente, costruire relazioni significative e vedere riconosciute le proprie potenzialità. Là dove uno studente resta “dentro” sulla carta ma di fatto ai margini, l’inclusione è un cantiere incompiuto. In linea con l’impostazione dell’Unesco, l’inclusione non si esaurisce nell’ambito, pur cruciale, della disabilità; esige la rimozione di ogni barriera alla piena partecipazione, che sia economica, sociale, geografica, linguistica, di genere o legata alla cittadinanza.
La scuola si conferma così uno dei pochi luoghi in cui l’intera società si ritrova nella stessa stanza, imparando ad affrontare i conflitti e a misurarsi con la diversità. Il richiamo della Cei mette in evidenza la distanza tra i principi e la quotidianità. Secondo l’Istat, la povertà educativa ha natura multidimensionale: non riguarda soltanto chi abbandona precocemente gli studi, ma anche chi frequenta con regolarità senza disporre di spazi adeguati, libri, connessioni, sostegni o stimoli culturali. I dati restituiscono un quadro stringente: la dispersione implicita al termine della scuola secondaria di secondo grado è all’8,7%, ovvero diplomati che non hanno raggiunto competenze adeguate, con il rischio che tali lacune riaffiorino all’università o nel lavoro. Resta marcato il legame tra titolo di studio dei genitori e opportunità dei figli: nel 2024 era a rischio di povertà o esclusione sociale il 51,8% dei minori con genitori al massimo diplomati alla scuola media, contro il 10,3% dei coetanei con almeno un genitore laureato.
Numeri che confermano come alla scuola spetti un compito di riequilibrio, per non limitarsi a registrare – o peggio amplificare – i divari esterni. Zuppi ha poi richiamato i recenti episodi di violenza che hanno attraversato il mondo scolastico. Lontano da allarmismi sui giovani, ha invocato una presenza adulta più solida e autorevole, chiedendo di non lasciare soli insegnanti e dirigenti di fronte a fragilità psicologiche e disagio. La sicurezza a scuola, ha evidenziato, non si costruisce soltanto con sorveglianza e sanzioni, ma con prevenzione, ascolto, collaborazione con i servizi territoriali e regole chiare e condivise, capaci di tutelare chi insegna e chi apprende. Infine, di fronte all’avanzata dell’intelligenza artificiale, il presidente della Cei ha riaffermato l’insostituibile valore del docente.
La scuola non deve inseguire la velocità delle macchine nel fornire risposte, ma educare a porre domande fondate, verificare le fonti e riconoscere le manipolazioni. L’insegnante resta centrale perché sa interpretare silenzi, esitazioni ed errori, trasformando la correzione in un’occasione per riaprire il cammino dell’apprendimento.

