archeologia
L'arco e le frecce dell'Età del Ferro "restituiti" dallo scioglimento dei ghiacciai: le Alpi restituiscono la memoria congelata
Lo scioglimento record regala scoperte eccezionali dal Neolitico al Medioevo, mentre gli esperti lanciano l'allarme sulla fragilità dei materiali organici
Sulle vette alpine si sta consumando un paradosso tanto scientifico quanto drammatico. Il rapido arretramento delle masse glaciali, spinto da un riscaldamento globale senza precedenti, sta dischiudendo un archivio millenario rimasto sigillato per secoli: scarpe di cuoio, archi in legno di tasso, indumenti in lana e persino faretre di corteccia di betulla riaffiorano dai nevai.
Ma l’attimo in cui questi manufatti tornano alla luce coincide anche con l’inizio della loro irreversibile degradazione: privati della protezione del ghiaccio, i materiali organici si deteriorano in pochi giorni o settimane. I dati diffusi nella prima settimana di ottobre 2026 dalla rete svizzera di monitoraggio GLAMOS e dall’Accademia svizzera delle scienze delineano un allarme senza eguali: i ghiacciai elvetici hanno perso quasi il 20% del volume complessivo negli ultimi cinque anni. Il periodo di osservazione del 2026 risulta secondo solo al 2022, anno del record negativo assoluto. Secondo le analisi del Politecnico federale di Zurigo (ETH), nel corso del 2026 lo spessore medio della coltre glaciale è diminuito tra 2,5 e 4 metri, con punte fino a 10 metri sulle lingue terminali. Interi apparati di piccole dimensioni sono ormai scomparsi dalla carta delle Alpi, come il ghiacciaio della Bella Tola in Vallese e il Griessfirn nel Canton Glarona. Alla base del collasso vi è la combinazione tra esigue precipitazioni nevose nell’inverno 2025-2026 e un’estate eccezionalmente calda e secca: per 76 giorni consecutivi la quota dello zero termico è rimasta oltre i 4.000 metri, lasciando scoperte di neve persino stazioni a 3.500 metri all’inizio dell’autunno.
Se da un lato la fusione ha assicurato, tra luglio e settembre, un apporto temporaneo di 2.200 miliardi di litri d’acqua, dall’altro ha azzerato le riserve future ed esposto in modo irreparabile il patrimonio archeologico d’alta quota.
Il valore scientifico di ciò che riemerge non è legato solo all’età dei reperti, ma soprattutto alla loro natura organica. Negli scavi a quote più basse, materiali deperibili come legno, lana, cuoio, fibre vegetali e pelli animali si dissolvono rapidamente nel suolo; il ghiaccio, al contrario, ha agito per millenni come un frigorifero naturale sigillato, restituendo dettagli preziosi sulla vita quotidiana e sulle competenze tecniche delle comunità preistoriche. Le documentazioni del Museo di storia del Vallese e del Museo Archeologico dell’Alto Adige — custode della celebre mummia di Ötzi, rinvenuta nel 1991 da Erika e Helmut Simon al Giogo di Tisa — mostrano come la cultura materiale della montagna antica si riveli attraverso calzature complesse, gambali in pelle di capra, protezioni contro il freddo, bastoni e armi lignee. Reperti che illuminano le soluzioni concrete adottate dall’uomo per sopravvivere e valicare le Alpi già cinquemila anni fa.
Per interpretare correttamente queste scoperte è essenziale distinguere tra grandi ghiacciai in movimento e piccoli accumuli di ghiaccio stabili, i cosiddetti ice patches. Una nota ricerca dell’archeologo Albert Hafner, pubblicata sulla rivista scientifica Arctic, ha chiarito che le vaste lingue glaciali, a causa del loro scorrimento verso valle, tendono a frantumare gli oggetti più antichi, restituendo soprattutto testimonianze relativamente recenti. Al contrario, i piccoli nevai perenni conservano in condizioni eccezionali i tesori della preistoria. È il caso di valichi d’alta quota come lo Schnidejoch nelle Alpi Bernesi, il Lötschenpass o il Tisenjoch. Sul passo dello Schnidejoch, situato oltre i 2.700 metri, le ricerche hanno attestato più di seimila anni di frequentazione umana, dal Neolitico al Medioevo. Le analisi indicano che il transito avveniva soprattutto durante fasi cicliche di ritiro dei ghiacci, a conferma del legame stretto tra mobilità umana e variazioni climatiche sin dal V millennio a.C. Tra i ritrovamenti più straordinari emersi dal 2003 spiccano un equipaggiamento neolitico con arco in tasso completo di corda, faretra e frecce, insieme a calzature in cuoio e gambali in pelle datati al III millennio a.C.
L’estrazione dal ghiaccio è soltanto l’avvio di una sfida conservativa enorme. Emblematico il caso di una rara custodia per arco in corteccia di betulla, risalente al 2800 a.C., rinvenuta sullo Schnidejoch e oggi al centro del progetto di ricerca "Unfreezing History" coordinato dall’Università di Berna. Per anni il manufatto è stato mantenuto in laboratorio in congelatori scientifici a –26 °C per impedirne la disgregazione. Il team bernese ha impiegato tecnologie avanzate — scansioni tridimensionali, tomografia computerizzata e analisi al microscopio — per definire trattamenti in grado di stabilizzare la struttura della betulla. Le metodologie di restauro comunemente usate per il legno impregnato d’acqua si sono rivelate inadeguate per la corteccia di betulla riemersa dal ghiaccio, evidenziando come ogni materiale richieda protocolli rigorosi e su misura. La corsa contro il tempo è ormai aperta: mentre il manto gelato arretra, gli archivi della preistoria si schiudono e, insieme, rischiano di svanire per sempre.