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Se il cannolo diventa un “topos” letterario

Di Cettina Voza *

I conti con il cibo li facciamo sempre, e in maniera spiccia seguendo gli istinti atavici che governano la nostra vita e, non c’è certo bisogno di ricorrere alla grande filosofia tedesca per affermare che “siamo quello che mangiamo”.

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Un processo interattivo che quotidianamente ci coinvolge plasmando al contempo il nostro intorno. Fortunatamente non ci stiamo a pensare su, se non quando, parole piane come pane, non diventano feroce vessillo di rivoluzione. Diventa allora parola di rabbia urlata e travolgente rappresentata in pagine folgoranti della storia, grondanti da una bocca spalancata, come nell’urlo di Munch, a richiedere quanto di primario, richiedono vita e dignità dell’uomo.

Terra, pane, giustizia e libertà, parole pregnanti oggi a sostenere il ricordo di Sciascia nelle sue celebrazioni, ma trascorrendo a memorie, crudeli ma di leggera vaghezza, ci ricordiamo dei “biscotti” da dare alla folla inferocita a sostituzione del pane, come si dice abbia fatto Maria Antonietta nelle pressanti ore della rivoluzione. Un alone di sacralità formato da grano-pane, spighe-terra-lavoro, o quello creato da immagini auliche quali quelle del “Quarto Stato” di Pelizza da Volpedo, o da monumenti della storia dell’arte italiana, dalla Mole Antonelliana al Colosseo, o ancora da personaggi illustri, da Dante a Marc’Aurelio, è tanto insigne e rappresentativo di importanti sentimenti condivisi, da essere impresso sulle monete.

Se questo è il panorama di fondo, “dolce” stupore alla recentissima presentazione della nuova collezione numismatica 2021 coniata dalla Zecca con le immagini del cannolo e del passito siciliano impresse nelle monete da cinque euro. Dalle spighe al cannolo per un omaggio alla tradizione enogastronomica siciliana che su tre corpi principali mena il suo vanto, arancino-a, cassata, cannolo, per non parlare poi del vino, che dilaga per l’isola tutta, tanto da veicolare nel linguaggio quel “mare color del vino” che i siciliani riconoscono ad occhio! Fra quei “si dice” che a volte colorano la plausibilità della Storia, il riferimento al cannolo “tubus farinarius, dulcissimo edulio ex lacte factus”, risalirebbe nientemeno che a Cicerone!

Pensando agli ossequienti siciliani, alla loro proverbiale accoglienza degli ospiti, possiamo anche fantasticare e immaginare che Cicerone, incaricato nel 70 a.C. della difesa dei Siciliani contro Verre, in un momento di pausa della sua veemente orazione di accusa, abbia rinnovato il ricordo dell’estasi provata, quando i solerti isolani, gli avevano fatto assaggiare a conforto della sua fatica oratoria, quel loro dolce, croccante e morbido al tempo stesso: il “cannolo”! Quel conforto e delizioso ristoro si sarebbe fermato poi fra i più piacevoli ricordi di quel soggiorno, croccante e sapida madeleine, pronta a ripresentarsi alla mente, consolante contrappunto alle nequizie portate in causa. Fantasie piacevolmente plausibili ma poco documentate.

Ai giorni nostri, il cantore vero del cannolo è in letteratura, Camilleri, che lo rende - attraverso la concupiscenza smodata di uno dei suoi personaggi, il dottor Pasquano - un vero topos letterario, quasi personaggio a sua volta, consolatorio tramite per il dottore, nel suo mestiere di medico legale, del passaggio dalla luce al lutto , nella cornice di una Sicilia bellissima e indifferente. “Si calò a sciaurare i cannoli: erano freschissimi. Allura si versò tanticchia di passito nel bicchiere, affirrò un cannolo e principiò a sbafarselo talianno il paesaggio ...”. Può anche essere questo un modo “traverso” di omaggiare il grande Camilleri, cantore di quella sicilianità, tutta greca che celebra con dolci e giocattoli il giorno dei Morti? Alla voce di un grandissimo poeta siciliano, Ignazio Buttitta, i versi di un canto antico che sembra affondare le sue radici nell’aspra grana della terra: “Signore, scansatemi di ... nterra l’omini e Pacchiana, / e scurri comu acqua di cannòla / e unni arriva arrifrisca e sana …”.

Se il dettato evangelico in tema di denari, tasse in particolare, viene ricordato per la lapidaria risposta di Gesù agli Ebrei, “Date a Cesare quel che è di Cesare”, mostrando loro la moneta recante impressa l’immagine di Cesare Augusto, da questa emissione della zecca una particolare soddisfazione viene ai siciliani che vedono, di fatto, celebrato un loro patrimonio, capace, di attraversare con speciale dolcezza i secoli, e candidato perfetto per far parte, insieme alla Dieta mediterranea, del Patrimonio Unesco.

* Direttrice Centro studi Accademia Italiana della Cucina della Sicilia Orientale

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